il suicidio come scelta di vita

qualche anno fa sono stata in una favelas, più di una anzi; in Brasile

andammo a trovare arthur un bambino disabile che insieme ad alcuni amici iniziammo a sostenere con una piccola adozione a distanza

arthur viveva in questa assurda realtà con la sua famiglia, mamma-papà-fratello-nonna-zia-trefiglidipadridiversi della zia, un agglomerato di situazione di abbandono, povertà, analfabetismo, malattia etc tutto concentrato nella famigliuola di arthur.

eppure lui con la sua rara e incurata sindrome, con la sua famiglia disastrata, in quella favelas era un bambino fortunato perché l’associazione Macondo si prendeva cura di lui e di altri bambini attraverso le adozioni a distanza e l’impegno di alcune operatrici ex-meninos de rua

poi andammo a trovare i bambini della favelas degli alagados, che ci accolsero con una scenografia creata da loro recuperando materiale scenografico e strumenti da una discarica, anche loro ci eravamo occupati come italiani attraverso un avventurosa tournée di 9 straordinari ballerini

poi andammo a trovare un accampamento del “movimento sem terra” portando cibarie sempre da bravi italiani, questi contadini vivevano nell’accampamento coltivando la terra e cercando di non farsela togliere dai ricchi latifondisti brasiliani,

poi andammo a trovare la comunità bankoma e a conoscere le loro tradizioni religiose di derivazione africana

un viaggio emozionante, ma la cosa che pensavo in quei giorni era: se dovessi vivere in quella miseria, in questa povertà, al posto di quelle donne mi suiciderei

eppure quelle donne, quei bambini, quei ragazzi sorridevano sempre e ti abbracciavamo e ti offrivano quel poco-niente che avevano e ballavano e cantavano sempre, io mi chiedevo ma come fanno a sembrare così felici, ad avere quegli occhi sorridenti e a vivere così che nessuno sapeva cosa avrebbe messo a tavola per pranzo, anzi se un pranzo ci sarebbe stato.

perché la loro vita non aveva affatto i nostri ritmi, le nostre abitudini, le nostre certezze, le nostre sicurezze.

ho pensato spesso a quel viaggio, ho rivisto spesso la mia vita ricordando quello che avevo vissuto, perché ognuno vive la vita che gli è toccato di vivere, segnata dalla famiglia, dal luogo, dal momento storico in cui nasce; mentre mi sentivo fortunata di essere italiana, di vivere una vita serena, di avere la mia famiglia, un lavoro, di vivere in un posto che visto da lontano mi sembrava bellissimo, l’Italia, allo stesso tempo non riuscivo a capire come si potesse vivere in quella situazione

sarà banale, sarà retorico ma non ho scoperto la povertà durante quel viaggio, ma durante quel viaggio l’ho toccata con mano e mi ha fatto molta paura,

da qualche tempo i suicidi ci raccontano che in Italia è arrivata una povertà che non è così forte come quella che ho visto, come quello che c’è in gran parte del mondo, ma è una povertà che arriva all’improvviso come una sciagura che ti capita tra capo e collo e non hai risorse mentali per affrontarla, non hai strumenti per adattarti, non hai parole per raccontarla, non hai voce perchè la voce ti si strozza in gola ed anche chiedere aiuto è impossibile

questa povertà non è morire di fame o vivere in una baracca o non avere soldi, questa povertà è un buio che avvolge la vita di alcune persone che fino ad un attimo prima avevano vissuto alla luce, poi il buio all’improvviso

mi addolorano i suicidi, tutti; mi immagino quel buio e quella voce che non esce mentre fuori il mondo va avanti e questo non è un brutto paese, è ancora il Bel Paese, ma allora perché qualcuno sceglie di non vivere più?

brasile Accampamento "movimento sem terra"
brasile Accampamento “movimento sem terra”

brasile, accampamento "movimento sem terra"
brasile, accampamento “movimento sem terra”

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brasile, favelas
brasile, favelas
brasile, favelas, accoglienza da giovani musicisti
brasile, favelas, accoglienza da giovani musicisti
brasile, favelas, nella scuoletta con la mia ludovica
brasile, favelas, nella scuoletta con la mia ludovica

brasile, favelas "alagados"

brasile, favelas “alagados”
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