il mio amico Davide Cerullo

51886_1192369066545_4371126_o 51886_1192369106546_230235_o 51886_1192369146547_7954096_o 62441_1197413072642_1048465_n 264086_2389138025021_153852425_nHo ricevuto la telefonata del mio amico Davide Cerullo, mi ha dato una bella notizia. E’ riuscito a tornare a Scampia.  So cosa vuol dire per lui e ne sono davvero felice. Avevo visto un reportage fotografico su Repubblica su Scampia e le Vele, aveva scritto anche un libro “Ali Bruciate. I bambini di Scampia”. Lo avevo cercato e invitato a Bassano  del Grappa a presentare il suo libro. Ho conosciuto in quell’occasione, un uomo eccezionale, estremamente sensibile.  E’ riuscito a trasformare la sventura di una vita sbagliata nell’occasione di una rinascita straordinaria. Non lo sapeva, ma io Scampia,  le sue Vele e i suoi bambini li ho nel cuore. Così quella volta della presentazione del libro, Davide è stato ospite a casa mia, ma c’erano anche a sua insaputa tre bambini e una suora di Scampia.  Abbiamo tirato l’alba a raccontarci Scampia. Davide nella sua nuova vita non ha mai smesso di lottare, scrivere, sensibilizzare sulla situazione di disagio sociale che vivono i bambini a Scampia. Lui non lo fa alla maniera di Saviano, non gli importa di parlare di droga, camorra, mafia, criminalità seppure le conosce benissimo quelle cose. Le ha vissute sulla sua pelle. Lui lo fa alla sua maniera, mantenendo fisso lo sguardo ad altezza di bambino. Perché quell’infanzia serena e spensierata che la vita gli ha negato, lui la vorrebbe donare ai bambini di oggi che vivono in quell’angolo di mondo. E’ poi perchè non sopporta che Scampia sia sempre e continuamente infangata da notizie di cronaca, da pregiudizi e luoghi comuni. Non sono tutti baby-delinquenti i bambini di Scampia, non sono tutte disastrate le famiglie. Ci sono moltissime straordinarie persone che hanno solo bisogno di essere guardate con occhi diversi.

Dovevo anch’io essere giù a Scampia oggi, avrei rivisto Davide con piacere.

Perché a Scampia in questi giorni c’è  il SIMPOSIO INTERNAZIONALE D’ARTE CONTEMPORANEA A SCAMPIA 5° EDIZIONE!

Sono lì con il cuore davvero, c’è lì una parte importante di me.

Sono contenta di aver sentito il mio amico Davide Cerullo, chissà che non riesca a farlo tornare a Bassano del Grappa a presentare il suo nuovo libro che ha scritoo con Erri De Luca. Chissà…

Tanti auguri Davide per la tua nuova residenza….

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egò s’agapò, Alexos Panagulis… lo amavo anch’io, così.

un uomo. oriana fallaci“… Mi aggrappai al tavolino, accesi una sigaretta con mani che tremavano. Forse non ero innamorata di te, o non volevo esserlo, forse non ero gelosa di te, o non volevo esserlo, forse m’ero detta un mucchio di verità e menzogne ma una cosa era certa: ti amavo come non avevo mai amato una creatura al mondo, come non avrei mai amato nessuno. Una volta avevo scritto che l’amore non esiste e se esiste è un imbroglio: che significa amare? Significava ciò che ora provavo a immaginarti impietrito, perdio, con lo sguardo di un cane preso a calci perché ha fatto pipì sul tappeto, perdio! Ti amavo, perdio. Ti amavo al punto di non poter sopportare l’idea di ferirti, pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, le tue colpe, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni, il tuo corpo con le sue spalle troppo tonde, le sue braccia troppo corte, le sue mani troppo tozze, le sue unghie strappate. […] E forse il tuo carattere non mi piaceva, né il tuo modo di comportarti, però ti amavo di un amore più forte del desiderio, più cieco della gelosia: a tal punto implacabile, a tal punto inguaribile, che ormai non potevo più concepire la vita senza di te. […] E l’amore esisteva, non era un imbroglio, era piuttosto una malattia, e di tale malattia potevo elencare tutti i segni, i fenomeni. […] Gettai via la sigaretta con rabbia. Ma un amore simile non era neanche una malattia, era un cancro! Un cancro. Come un cancro che a poco a poco invade gli organi col suo moltiplicarsi di cellule, il suo plasma vischioso di male, e più cresce più divieni cosciente del fatto che nessuna medicina può arrestarlo, nessun intervento chirurgico può asportarlo, forse sarebbe stato possibile quand’era un granellino di sabbia, un chicco di riso, una voce che grida egò s’agapò, un amplesso mentre il vento fruscia tra i rami d’olivo, ora invece non è possibile perché ti ruba ogni organo, ogni tessuto, ti divora al punto che non sei più te stessa.[…] V’è una caratteristica lugubre negli ammalati di cancro: appena capiscono che esso ha vinto o sta per vincere, cessano di opporgli i farmaci, il bisturi, la volontà e si lasciano uccidere con sottomissione, senza maledirlo, neanche rimproverarlo del martirio che esige. […] …così il cancro aveva proseguito il suo corso per dimostrarmi che amare significa soffrire, che l’unico modo per non soffrire è non amare, che nei casi in cui non puoi fare a meno di amare sei destinato a soccombere. In altre parole il mio problema era insolubile, la mia sopravvivenza impossibile, e la fuga non serviva a nulla. A nulla? Alzai la testa. A qualcosa serviva: salvare la mia dignità.”