La rabbia delle donne, l’umiliazione degli uomini. Elena Tebano

senonoraquando2

questa ricerca mi riguarda, tra tutte quelle donne c’ero anch’io…

articolo da Laventisettesimaora
Quel milione di persone scese in piazza senza essere state chiamate da partiti politici o sindacati sorprese un po’ tutti. Era il 13 febbraio del 2011 e Se non ora quando aveva chiamato a raccolta italiani e italiani per protestare contro il sessismo del premier dell’epoca, Silvio Berlusconi. Da allora sono passati oltre due anni, Berlusconi non è più premier (ma è ancora nella maggioranza che governa) e sulla scena pubblica resiste un nuovo attivismo delle donne, che ha portato alle battaglie per una maggiore rappresentanza in politica e nel mondo economico e contro la violenza di genere. Intanto su quelle settimane di mobilitazione è tornato un gruppo di studiose e studiosi coordinati da Maria Paola Paladino, professoressa di psicologia sociale all’Università di Trento, che – con i tempi lunghi della ricerca – ha cercato di capire cosa abbia spinto donne e uomini a fare qualcosa in prima persona contro le discriminazioni di genere. I ricercatori hanno scoperto che donne e uomini sono scesi in piazza per motivi diversi: le prime spinte dalla rabbia, i secondi per un senso di umiliazione (i risultati dello studio sono stati pubblicati sul “British Journal of Social Psychology”, in un articolo intitolato Why did I talians protest against Berlusconi’s sexist behaviour? The role of sexist beliefs and emotional reactions in explaining women and men’s pathways to protest).

Spiegano gli studiosi: «I dati suggeriscono che i motivi alla base dell’impegno di uomini e donne nella protesta sono stati diversi, ancora più di quanto ci si aspettasse. Gli uomini hanno firmato petizioni, sono scesi in strada e hanno fatto altre azioni di protesta in quanto si sono sentiti umiliati dal comportamento di un uomo che, avendo un ruolo istituzionale, stava violando i loro convincimenti contrari al sessismo ostile e la loro visione idealizzata della donna. Sotto questo aspetto, partecipare alla protesta per gli uomini è stato sia un’espressione del fatto che credevano nell’uguaglianza di genere, che di cavalleria. Invece le donne hanno partecipato alla protesta in quanto erano arrabbiate con una figura pubblica e istituzionale che, denigrando le donne, aveva pubblicamente violato i loro convincimenti contrari al sessismo».

Tipicamente legata ai movimenti sociali e alle loro rivendicazioni, la rabbia è un’emozione considerata molto poco “femminile”: di solito quando una donna si arrabbia si sente subito dare dell’isterica. «Il modo in cui sono percepite le emozioni dipende dalla posizione di chi le prova: ha a che fare con lo status – dice la professoressa Maria Paola Paladino – Di fronte a un evento negativo o minaccioso, si reagisce con rabbia se si ha qualche forma di potere. Chi invece è indifeso prova paura». Per questo la rabbia è più spesso vissuta come uno stato d’animo maschile: «Negli studi psicosociali – aggiunge Paladino – le differenze di status danno risultati simili a quelli delle differenze di genere: questo perché la diseguaglianza di potere è un aspetto centrale» nei rapporti tra i sessi.

Se ad arrabbiarsi è un uomo o una donna, cambia anche il modo in cui quell’emozione viene giudicata: «Ci sono degli esperimenti ormai classici che lo mostrano molto bene: se un uomo e una donna raccontano un evento che li ha fatti ‘arrabbiare’ sul lavoro, le reazioni tendono a essere diverse. La donna viene vista come persona irascibile, la sua rabbia come assenza di controllo, un’emozione negativa e soprattutto un tratto condannabile della persone che la prova – spiega Paladino -. Nell’uomo invece, che pure racconta lo stesso fatto, la rabbia viene vista come indignazione, un sentimento giustificato dalla situazione. E viene interpretata come la risposta attiva a una situazione negativa, quindi legittima». Sembrerà banale, ma forse sarebbe meglio imparare ad apprezzare un po’ di più la rabbia delle donne.

Un altro elemento interessante uscito dalla ricerca riguarda la diffusione del sessismo, inteso come quell’orientamento ideologico che porta a discriminare un genere rispetto all’altro, di solito considerando quello maschile superiore: neppure chi è sceso in piazza a protestare ne era immune.

«Dipende dal fatto che ci sono due forme diverse di sessismo: quello ostile, che denigra apertamente le donne rispetto agli uomini, e quello benevolo, legato al concetto di cavalleria, in cui le donne sono viste come complementari agli uomini, ma comunque con un ruolo limitato e subordinato – spiega Paladino -. L’idea è che la donna sia una creatura dalle qualità uniche, che l’uomo, comunque superiore, deve proteggere”. Gli studiosi hanno registrato bassi livelli di sessismo ostile tra coloro – uomini e donne – che sono scesi in piazza a protestare. Ma hanno riscontrato che negli uomini più motivati ad agire contro le dichiarazioni sulle donne dell’ex premier era diffusa la forma di sessismo benevolo nota come “complementarità di genere“: la convinzione che uomini e donne abbiano differenti tratti caratteriali e abilità, e che grazie ad esse le donne siano destinate a fare da complemento agli uomini. Per loro, probabilmente, Berlusconi non era stato abbastanza “cavaliere”.

A molte persone questa forma di discriminazione ideologica sembra innocua, o addirittura legittima. Eppure ha conseguenze simili a quella dell’ostilità esplicita nei confronti delle donne: “Basta pensare a una dottoressa che fa il medico di pronto soccorso in una zona malfamata. In caso di sessismo ostile, la reazione sarebbe: ‘Non ci pensare neanche, quello non è un lavoro da donna. Tu devi stare a casa a occuparti di me’. In caso di sessismo benevolo, invece, la risposta sarebbe diversa: «È una bellissima occasione, però quel quartiere di notte è pericoloso, io mi preoccupo per te: è meglio che tu rinunci. Il risultato è lo stesso in entrambi i casi: la donna non va a lavorare». Un’altra forma tipica del sessismo benevolo è il mantra che recita: le donne non fanno questo lavoro perché tanto sono bravissime in altro. “Intanto però cosa devono fare le donne lo decidono gli altri”, chiosa Paladino.

Di certo la sua ricerca coordinata dimostra che i pregiudizi sono duri a morire, anche dove meno ce lo aspetteremmo. E che non possiamo permetterci mai di abbassare l’attenzione sulle discriminazioni di genere. Anche questo, purtroppo, è un fenomeno ben noto. “Succede anche con le cosiddette ‘donne simbolo’, la presenza di alcune donne in alcune posizioni tipicamente maschili, che seppur lontana dall’uguaglianza tra uomini e donne, fa pensare che il problema della discriminazione di genere non sia rilevante“, spiega Paladino. Vari studi infatti dimostrano che un’azienda viene sospettata di discriminare le donne quando queste sono del tutto assenti dalle posizioni di vertice. Ma se invece le donne sono solo il 10% dei capi, le persone reagiscono come se ai vertici ci fossero lo stesso numero di donne e uomini e in quel contesto la discriminazione di genere non fosse un problema.

Nel caso delle proteste di piazza come nella battaglie per la parità sul lavoro e in azienda purtroppo non si può dare niente per scontato, neppure le conquiste che sembrano dovute da tempo.

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“Psicosociologia del maschilismo”, Chiara Volpato.

articolo by IL CORPO DELLE DONNE
on lug 17, 2013

Cosa conosco del maschilismo. Cesare Cantù
La prima e più evidente qualità del nuovo libro di Chiara Volpato,
“Psicosociologia del maschilismo”, è l’utilità.

Non solo per l’argomento che affronta, il maschilismo nella sua genesi nelle sue forme e nei danni che provoca, ma anche per il modo in cui lo fa. Non è facile trovare saggi scritti da docenti universitarie che siano così volutamente accessibili alla maggior parte del pubblico, senza perdere in alcun modo il valore scientifico e i dati della disciplina in cui si inseriscono. Quella di Chiara Volpato è la psicologia sociale, utile preziosa quando impiegato come lei fa, per spiegare i processi in cui siamo tutti immersi quotidianamente e per contribuire, attraverso la scelta dei temi e del linguaggio, al cambiamento e al miglioramento delle relazioni tra persone.
Queste qualità erano già presenti nel lavoro precedente della docente all’Università di Milano Bicocca Deumanizzazione – Come si legittima la violenza, sull’oggettivazione dei corpi e la sua devastante conseguenza per il benessere degli individui: libro preziosissimo per tutti e che noi abbiamo adottato e ampiamente utilizzato all’interno dei corsi e della formazione dei formatori per il progetto Nuovi Occhi per i Media.
Psicosociologia del maschilismo è altrettanto prezioso, indagando e rendendo chiaro a chiunque lo legga le costruzioni culturali e sociali che stanno alla base della più infida e diffusa forma di discriminazione tra esseri umani. Le valutazioni sul neosessismo, i paragrafi sul maschilismo nei media e in politica, l’ampia mole di ricerche citate e riassunte e in particolare l’attenzione e l’esplicazione ai danni fisici e psicologici che il maschilismo provoca anche agli uomini, ne fanno un manuale utile a chiunque voglia capire perché sia così difficile arrivare ad una società che egualitaria e giusta per donne e uomini. E per capire anche quanto sia folle non provare davvero con volontà a costruirla.

PostoOccupato

PostoOccupato

PostoOccupato è un’iniziativa importante e significativa, appena ne sono venuta a conoscenza, l’ho condivisa, prima ancora di cercare di capire chi l’aveva ideata. Iniziative come queste sono da condividere subito e convintamente. Ci sono molte azioni volte a sensibilizzare l’opinione pubblica su questa guerra, su questa strage di donne quotidiana, insopportabile.
L’idea che ci sia un posto dedicato ad una donna che non c’è più, perchè uccisa da un marito, compagno fidanzato amante ex, non-ex, è qualcosa che ci spinge, ci costringe a riflettere su cosa significhi la morte di una donna. Non le viene tolta la vita, le viene tolta la sua identità, le sue passioni, il suo futuro, il suo stare a questo mondo, i suoi sogni. L’idea che ci sia un posto occupato di una donna è, per me significativo, perché il posto di una donna non è solo quello in famiglia, col marito, con il compagno, il suo ruolo non è solo quello di moglie, compagna, amante. Ogni donna è molte, tante, diverse donne dentro di sé. Assassinando lei, si cancella tutto, si cancellano di colpo tutte le sue identità, i suoi volti.
Ecco perchè quest’iniziativa mi piace molto, perché vorrei vedere un PostoOccupato ovunque, ovunque quella donna avrebbe potuto esserci, ovunque quella donna abbia desiderato esserci, ovunque quella donna non potrà più esserci!

Per quello che posso cercherò di sostenere quest’iniziativa, sono sicura che ci sarà un PostoOccupato a breve anche qui nei miei dintorni.

riporto qui un articolo che ho appena condiviso su facebook, che spiega molto bene il senso di questa iniziativa.

” La memoria tangibile di un Posto Occupato
“Ogni volta che andavo via prendevo un pegno da casa tua per farti capire che sarei tornata. La mia sicurezza vacillava nella tua, stavo cambiando, ma non lo capivo. La mia curiosità diventava bisogno, la tua gelosia. La rabbia. Era finita, tu lo sapevi. Ti chiedevo il permesso di lasciarti, poi capivo e inorridivo. Non è giusto, dicevo. I miei discorsi infantili, sentivo che la mia volontà era solo la tua.
Uno schiaffo, il primo. Tu non sei mio padre, avevo urlato. Mi soffocavi contro il cuscino perché da morta non mi sarei mossa. Il mio pianto, le tue braccia che mi stringevano, calmati, sussurravi. Quando la sera mi aspettavi sotto casa fingevo di non vederti. Dove sei stata?, mi colpivi per farmi cadere, a terra sputavo saliva e sangue, io non ti lascio, ripetevi. Cercavo ossigeno per non soffocare. Non piangere, ordinavi, mi tappavi la bocca perché non mi sentissero. La prima volta le gambe si macchiano di lividi, la seconda no. Anche la città diventa esterna quando le mani servono solo a nascondere il viso. Perdonami, dicevi, non accadrà mai più. Ero sola, e i miei vent’ anni tremavano nelle tue tasche. Piangevo di nascosto sulla lapide di mio padre, pregando Dio che lui non vedesse. La vergogna. Non avrai mai il calore di una famiglia, dicevi. Durò anni. Le tue parole germogliarono come tentacoli nella mia testa.
C’è una linea sottile che separa la realtà dalla finzione, quella linea mi ha sempre impedito di andare oltre. È la porta scorrevole delle case in cui siamo ospiti, che guardiamo senza sapere se è nostro diritto entrare. Attraversare i corridoi, osservare i libri, i quadri, e i vestiti appesi negli armadi. Ancora tremo quando qualcuno mi chiede di te, e quando una mano mi accarezza pavento il giorno in cui mi colpirà, ma ho smesso di chiedere sempre permesso. Voglio annusare un letto disfatto al mattino per sentire l’odore di ciò che rimane dopo che tutti sono andati via. Annusare, toccare, guardare. Della mia vita di prima rimane solo un ricordo confuso e un cuscino bagnato di lacrime. Non prego più, non mi vergogno, non piango in cerca di assoluzione sulla lapide di mio padre. M’innamoro di tutto perché non ho mai conosciuto nulla. La mia croce me la porto dentro e, quando brucia, stringo i pugni e respiro forte. Quel dolore è la mia fortezza, un marchio a fuoco che mi ricorda, ogni giorno, che sono ancora viva.”
Questo frammento è stato estrapolato da un racconto intitolato Di anni, di Margi de Filpo, pubblicato sul blog letterario UnoNove. Mi sono servita di questo breve estratto per raccontarvi un’iniziativa culturale molto interessante che sta attraversando il Paese, passando per kermesse teatrali, festival letterari, atenei universitari e commissioni Pari Opportunità. Si chiama Posto Occupato, ed è stata ideata da Maria Andaloro, editrice de La Grande Testata, in memoria di tutte le vittime di femminicidio. “L’idea è nata da una riflessione scaturita da questa insopportabile strage quotidiana di donne. – afferma Maria Andaloro – Ho voluto trovare un modo per non dimenticare.
Peggio per non abituarci.
Ho immaginato di trovarmi in un luogo in genere affollato, un cinema, un teatro, un treno e di vedere un posto occupato da un oggetto, una borsa, un libro, uno zaino. Il tempo passa, lo spettacolo finisce o arrivate a destinazione, e quel posto sarà rimasto vuoto, quell’oggetto, lì. Li sarebbe rimasto il ricordo di quell’assenza. E così il minimo sarà chiedersi il perché di tanta atrocità mentre la nostra vita andrà avanti. E questo è lo scopo che si prefigge Posto Occupato, un’ iniziativa nata da una riflessione, come dice la breve spiegazione su FB, il social sul quale abbiamo lanciato l’iniziativa il 29 giugno scorso.”. L’iniziativa ha già incassato le adesioni e la solidarietà di molte personalità, come la regista Roberta Torre, lo scrittore Lorenzo Amurri, il magistrato Gherardo Colombo e anche della Federazione nazionale della stampa italiana. Il prossimo obiettivo di Posto Occupato sarà continuare la campagna di sensibilizzazione nelle scuole. “A ottobre abbiamo in progetto di iniziare una campagna nelle scuole superiori – sostiene Maria – perché Fabiana, che aveva appena a 16 anni, il prossimo anno a scuola non potrà andare, e l’assenza anche in una classe dovrà essere tangibile. Che sia da monito. Da giovani è necessario che sia chiaro a tutti che uno schiaffo a 16 anni non è un gesto d’amore, non lo è né a 16 anni né a 30 né a 50. Nessuno deve permettersi di pensare di poter avere il diritto di dare uno schiaffo e nessuna donna deve sentirsi in qualche modo in dovere di subirlo. La violenza contro le donne è trasversale, la sensibilizzazione. La condivisione, la volontà di stare tutti da una parte, e la violenza dall’altra forse potrà darci la possibilità di isolarla. Preoccuparci per le donne di certo è utile nel senso di occuparci prima. Insieme.”“Ogni volta che andavo via prendevo un pegno da casa tua per farti capire che sarei tornata. La mia sicurezza vacillava nella tua, stavo cambiando, ma non lo capivo. La mia curiosità diventava bisogno, la tua gelosia. La rabbia. Era finita, tu lo sapevi. Ti chiedevo il permesso di lasciarti, poi capivo e inorridivo. Non è giusto, dicevo. I miei discorsi infantili, sentivo che la mia volontà era solo la tua.
“Ogni volta che andavo via prendevo un pegno da casa tua per farti capire che sarei tornata. La mia sicurezza vacillava nella tua, stavo cambiando, ma non lo capivo. La mia curiosità diventava bisogno, la tua gelosia. La rabbia. Era finita, tu lo sapevi. Ti chiedevo il permesso di lasciarti, poi capivo e inorridivo. Non è giusto, dicevo. I miei discorsi infantili, sentivo che la mia volontà era solo la tua.
Uno schiaffo, il primo. Tu non sei mio padre, avevo urlato. Mi soffocavi contro il cuscino perché da morta non mi sarei mossa. Il mio pianto, le tue braccia che mi stringevano, calmati, sussurravi. Quando la sera mi aspettavi sotto casa fingevo di non vederti. Dove sei stata?, mi colpivi per farmi cadere, a terra sputavo saliva e sangue, io non ti lascio, ripetevi. Cercavo ossigeno per non soffocare. Non piangere, ordinavi, mi tappavi la bocca perché non mi sentissero. La prima volta le gambe si macchiano di lividi, la seconda no. Anche la città diventa esterna quando le mani servono solo a nascondere il viso. Perdonami, dicevi, non accadrà mai più. Ero sola, e i miei vent’ anni tremavano nelle tue tasche. Piangevo di nascosto sulla lapide di mio padre, pregando Dio che lui non vedesse. La vergogna. Non avrai mai il calore di una famiglia, dicevi. Durò anni. Le tue parole germogliarono come tentacoli nella mia testa.
C’è una linea sottile che separa la realtà dalla finzione, quella linea mi ha sempre impedito di andare oltre. È la porta scorrevole delle case in cui siamo ospiti, che guardiamo senza sapere se è nostro diritto entrare. Attraversare i corridoi, osservare i libri, i quadri, e i vestiti appesi negli armadi. Ancora tremo quando qualcuno mi chiede di te, e quando una mano mi accarezza pavento il giorno in cui mi colpirà, ma ho smesso di chiedere sempre permesso. Voglio annusare un letto disfatto al mattino per sentire l’odore di ciò che rimane dopo che tutti sono andati via. Annusare, toccare, guardare. Della mia vita di prima rimane solo un ricordo confuso e un cuscino bagnato di lacrime. Non prego più, non mi vergogno, non piango in cerca di assoluzione sulla lapide di mio padre. M’innamoro di tutto perché non ho mai conosciuto nulla. La mia croce me la porto dentro e, quando brucia, stringo i pugni e respiro forte. Quel dolore è la mia fortezza, un marchio a fuoco che mi ricorda, ogni giorno, che sono ancora viva.”
Questo frammento è stato estrapolato da un racconto intitolato Di anni, di Margi de Filpo, pubblicato sul blog letterario UnoNove. Mi sono servita di questo breve estratto per raccontarvi un’iniziativa culturale molto interessante che sta attraversando il Paese, passando per kermesse teatrali, festival letterari, atenei universitari e commissioni Pari Opportunità. Si chiama Posto Occupato, ed è stata ideata da Maria Andaloro, editrice de La Grande Testata, in memoria di tutte le vittime di femminicidio. “L’idea è nata da una riflessione scaturita da questa insopportabile strage quotidiana di donne. – afferma Maria Andaloro – Ho voluto trovare un modo per non dimenticare.
Peggio per non abituarci.
Ho immaginato di trovarmi in un luogo in genere affollato, un cinema, un teatro, un treno e di vedere un posto occupato da un oggetto, una borsa, un libro, uno zaino. Il tempo passa, lo spettacolo finisce o arrivate a destinazione, e quel posto sarà rimasto vuoto, quell’oggetto, lì. Li sarebbe rimasto il ricordo di quell’assenza. E così il minimo sarà chiedersi il perché di tanta atrocità mentre la nostra vita andrà avanti. E questo è lo scopo che si prefigge Posto Occupato, un’ iniziativa nata da una riflessione, come dice la breve spiegazione su FB, il social sul quale abbiamo lanciato l’iniziativa il 29 giugno scorso.”
L’iniziativa ha già raccolto le adesioni e la solidarietà di molte personalità, come la regista Roberta Torre, lo scrittore Lorenzo Amurri, il magistrato Gherardo Colombo e anche della Federazione nazionale della stampa italiana. Il prossimo obiettivo di Posto Occupato sarà continuare la campagna di sensibilizzazione nelle scuole. “A ottobre abbiamo in progetto di iniziare una campagna nelle scuole superiori – sostiene Maria – perché Fabiana, che aveva appena a 16 anni, il prossimo anno a scuola non potrà andare, e l’assenza anche in una classe dovrà essere tangibile. Che sia da monito. Da giovani è necessario che sia chiaro a tutti che uno schiaffo a 16 anni non è un gesto d’amore, non lo è né a 16 anni né a 30 né a 50. Nessuno deve permettersi di pensare di poter avere il diritto di dare uno schiaffo, e nessuna donna deve sentirsi in qualche modo in dovere di subirlo. La violenza contro le donne è trasversale. La sensibilizzazione, la condivisione, la volontà di stare tutti da una parte e la violenza dall’altra forse potrà darci la possibilità di isolarla. Preoccuparci per le donne di certo è utile nel senso di occuparcene prima. Insieme.”

vicino, vicino…

 

 

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.succede che qualcuno ti dica,

“esci? facciamo quattro passi”; “prendiamo la macchina?”; “no, andiamo a piedi”; “mmm, va bene dai”; usciamo e sono qui, in questo posto, a pochissime centinaia di metri da casa mia. allora comincio a fare foto, mentre camminiamo. “perché stai fotografando il posto nel quale vivi?” ” Così, perchè forse non ci crederai, ma io questa passeggiata non lo faccio mai. eppure sono dietro casa. ad un passo da casa mia. lo so”.

Perchè penso sempre che per rilassarmi davvero, devo avere davanti il mare, il mio mare, sentire il suo profumo, farmi accarezzare dalle onde, fissare l’orizzonte, lasciarmi affascinare dai suoi movimenti, dai suoi mutamenti. io amo il mare, quando è calmo, quando è agitato, quando c’è la bassa marea e quando c’è l’alta marea, quando si riflette il sole che sorge, quando si riflette il sole che tramonta, quando le nuvole gli camminano sopra, quando piove e lo punzecchia.

io amo il mare e sono sicura che il mare ama me.

però oggi questo bel fiume, mi ha rilassato, mi ha fatto star bene. forse perchè questo fiume andrà nel mare, si ricongiungerà al mio mare.
questo fiume oggi ha placato le mie inquietudini. quel verde, lo scorrere sui sassi, il cambiare colore mentre cambia profondità, gli alberi che lo accompagnano e lo proteggono.

è vero, a volte abbiamo in tasca qualcosa ci fa stare bene e non lo vediamo, non lo sentiamo…

forse dovrei venirci più spesso, forse ci verrò più spesso, mentre aspetto di rivedere il mare, il mio mare.

Paternò vola nello spazio!

veramente eccezionale e unico, Luca Parmitano… uno dei migliori italiani in circolazione, l’unico nello spazio!

Paternò|Arte e Storia

Quante volte guardando il cielo abbiamo sognato di viaggiare fra le stelle?! Quante volte abbiamo immaginato di vedere Paternò, casa nostra, dallo spazio.

Il nostro Luca Parmitano è riuscito a realizzare il sogno di tanti.

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#neancheconunfiore

nessunotocchiRosalia

Femminicidio, da Palermo parte la mobilitazione: “Nessuno tocchi Rosalia”
“Nessuno tocchi Rosalia” è il nome dell’iniziativa contro il femminicidio messa in campo da
Coordinamento antiviolenza 21 luglio, Le Onde Onlus e Coordinamento Palermo Pride in occasione del Festino di Santa Rosalia, in programma a Palermo fino al 15 luglio. “Ferite a Morte” – e in particolare Serena Dandini e Maura Misiti, le autrici del nostro progetto – hanno già aderito alla mobilitazione. La campagna prevede la creazione di un badge virtuale che ognuno possa “indossare” sul proprio profilo Facebook con un clic. Si tratta di farsi un autoscatto con un fiore in mano, o in bocca, o tra i capelli e, attraverso un programma online, trasformare la propria foto profilo in una specie di manifesto con sopra il titolo “neanche con un fiore” e sotto il claim “nessuno tocchi Rosalia”. Si prevede anche la creazione di due hashtag per twitter e facebook: #neancheconunfiore #nessunotocchirosalia. Domani, poi, è in programma alle 19 un flashmob in piazza Politeama, per il quale si richiede di portare nel luogo d’incontro un fiore. Lì sarà allestita anche un’installazione non permanente  composta da 124 sagome di donna tracciate a gesso che si tengono per mano formando delle catene. “L’iniziativa – spiegano le organizzatrici – sta avendo una grande risposta el’assassinio di Rosy Bonanno ci ha confermato  quanto ancora va fatto per prevenire le morti annunciate”. La corrispondenza con il festino di santa Rosalia non è un caso: Rosalia , secondo la leggenda popolare a cui l’iniziativa ha scelto di riferirsi, è stata vittima di quelle pressioni all’interno della sua famiglia, da cui è riuscita a sfuggire per mezzo dell’eremitaggio e che nella vita di tutti i giorni, per molte donne, sfociano in episodi di violenza. Inoltre, il tema del Festino 2013 è “fautori di futuro”: non si può prescindere da quanto oggi le donne siano un fortissimo elemento di rinnovamento sociale e da come, attraverso la rivendicazione dei loro diritti, rappresentino in tutto il mondo la rivendicazione dei diritti umani in senso lato. Inoltre sono le donne, le madri-educatrici che creano e preparano quello che di fatto è il futuro dell’umanità.
iMaura Misiti

#femminicidio, articolo di massimo gramellini

Nessuno possiede nessuno

MASSIMO GRAMELLINI
 Caro bambino di Palermo, non mi faccio illusioni: le immagini che il tuo subconscio ha registrato nelle quattro ore in cui sei rimasto in casa da solo con il corpo assassinato di tua madre resteranno impresse nelle tue viscere come un tatuaggio immateriale. Saranno la carrozzella emotiva su cui siederai per tutta la vita. Ma nonostante questo, puoi farcela. Spero che, quando ti riveleranno la verità, avrai già abbastanza esperienza di mondo per accettarla, ma anche sufficiente ingenuità per non permetterle di peggiorarti. Il regista che ha in mano tutti i nostri copioni ti ha affidato un ruolo delicatissimo: tu, orfano precoce della vittima di uno stalker, puoi diventare la tomba del maschio o la sua riscossa. Dipenderà da come saprai accogliere un messaggio semplice e rivoluzionario: nessuno possiede nessuno.

 L’amore ti dà diritto di amare, non quello di vantare diritti sulla persona amata. Anche a te, come a tutti, capiterà di essere respinto, abbandonato, tradito. Anche tu ti troverai a camminare in qualche oscura notte dell’anima, quando la perdita dell’amore toglie il sonno, il senno e il senso di ogni prospettiva, trasformando la passione in ossessione. Lì si vedrà chi sei veramente. Potrai rifiutare la sconfitta e tormentare colei che ti respinge, e allora ti sarai rivelato un debole e, nei casi estremi, un farabutto. Oppure potrai farti forza e sublimare il tuo sentimento in rispetto, lasciandola andare in pace. Per un po’ starai peggio, ma appena riemergerai dalla sofferenza sarai diventato la persona di cui abbiamo bisogno. Un uomo vero.

#femminicidio

Siena SENONORAQUANDO
Siena SENONORAQUANDO

Eppure sento che si può fare di più, molto di più.

Insomma qualcosina succede, è vero, i giornalisti tanto per cominciare non usano più o quasi più la frase, delitto passionale; un articolo sul femminicidio viene letto, anche se poi cambiando il nome di donna, la storia è sempre quella. Si dice femminicidio l’uccisione di una donna in quanto donna, in quanto femmina per mano del suo  marito/compagno/amante/fidanzato etc.

La convenzione di Instanbul certo, anche l’Italia passetto dopo passetto  l’ha ratificata, ma il percorso non è ancora terminato, C’è ancora tanto da fare.

Poi il Parlamento,  la Presidente della Camera che pronuncia la parola femminicidio nel suo discorso di insediamento, anche quello un bel passo avanti, ma c’è ancora da fare.

Qualche partito, il mio ad esempio, non per falsa modestia, ma è vero, il mio partito questa emergenza non l’ha messa da parte, Assolutamente è nell’agenda delle cose importantissime da affrontare. Ma i numeri sono impietosi e in questo strano e torbido governo, si fa tutto quello che si può, ma non basta. C’è tanto da fare.

Le associazioni nel territorio, le iniziative locali sono sempre di più. Tante, tantissime. Ma sì combatte sempre contro i mulini a vento. Non ci sono fondi per sviluppare i progetti, per attivare servizi, per garantire tutela, per fare prevenzione, per portare avanti personale, per formare professionalità. C’è tanto, davvero tanto da fare.

E poi ci sono quelle come me, che se c’è da scendere in piazza si scende, se c’è da firmare una petizione si firma, se c’è da sostener un’iniziativa la si sostiene.

Quelle come me che ogni volta che viene uccisa  una donna, si spegne un sorriso; ogni volta che viene uccisa una donna, si intravedono,  dietro quelle poche righe di un articolo di cronaca,  tutto il dolore, l’ingiustizia, l’assurdità di un’altra storia finita male. quelle come me che  non hanno intenzione di stare a guardare, perché no, non si può assistere ad un flagello, ad uno sterminio senza neanche provare a fare qualcosa. Fare qualcosa assieme.

Quelle come me non risolvono i problemi del mondo, anzi a stento risolvono i propri di problemi; non sono paladine, non sono amazzoni, sono solo donne, a volte madri, che hanno quel dannato istinto di salvare la specie, la loro specie. Una questione primordiale forse.

Se c’è qualcosa che si può fare, la si deve fare, assolutamente. Non possiamo crescere dei figli, maschi e femmine ed essere indifferenti a certe cose. C’è qualcosa che è sfuggito alle nostre madri se per molti, troppi uomini l’idea di amore, coppia, libertà,  si è deformata in possesso, appartenenza, punizione estrema, C’è qualcosa che il mutamento della società ha prodotto e continua a produrre , di sbagliato,  di degenerato,  se una donna alla fine è solo un corpo. Un corpo da ammirare, da  volere, da possedere, da pensare di amare e alla fine quando il corpo prende vita e cerca di allontanarsi, alla fine quel corpo si può punire, togliendo per sempre quella vita che aveva dentro.