PostoOccupato

PostoOccupato

PostoOccupato è un’iniziativa importante e significativa, appena ne sono venuta a conoscenza, l’ho condivisa, prima ancora di cercare di capire chi l’aveva ideata. Iniziative come queste sono da condividere subito e convintamente. Ci sono molte azioni volte a sensibilizzare l’opinione pubblica su questa guerra, su questa strage di donne quotidiana, insopportabile.
L’idea che ci sia un posto dedicato ad una donna che non c’è più, perchè uccisa da un marito, compagno fidanzato amante ex, non-ex, è qualcosa che ci spinge, ci costringe a riflettere su cosa significhi la morte di una donna. Non le viene tolta la vita, le viene tolta la sua identità, le sue passioni, il suo futuro, il suo stare a questo mondo, i suoi sogni. L’idea che ci sia un posto occupato di una donna è, per me significativo, perché il posto di una donna non è solo quello in famiglia, col marito, con il compagno, il suo ruolo non è solo quello di moglie, compagna, amante. Ogni donna è molte, tante, diverse donne dentro di sé. Assassinando lei, si cancella tutto, si cancellano di colpo tutte le sue identità, i suoi volti.
Ecco perchè quest’iniziativa mi piace molto, perché vorrei vedere un PostoOccupato ovunque, ovunque quella donna avrebbe potuto esserci, ovunque quella donna abbia desiderato esserci, ovunque quella donna non potrà più esserci!

Per quello che posso cercherò di sostenere quest’iniziativa, sono sicura che ci sarà un PostoOccupato a breve anche qui nei miei dintorni.

riporto qui un articolo che ho appena condiviso su facebook, che spiega molto bene il senso di questa iniziativa.

” La memoria tangibile di un Posto Occupato
“Ogni volta che andavo via prendevo un pegno da casa tua per farti capire che sarei tornata. La mia sicurezza vacillava nella tua, stavo cambiando, ma non lo capivo. La mia curiosità diventava bisogno, la tua gelosia. La rabbia. Era finita, tu lo sapevi. Ti chiedevo il permesso di lasciarti, poi capivo e inorridivo. Non è giusto, dicevo. I miei discorsi infantili, sentivo che la mia volontà era solo la tua.
Uno schiaffo, il primo. Tu non sei mio padre, avevo urlato. Mi soffocavi contro il cuscino perché da morta non mi sarei mossa. Il mio pianto, le tue braccia che mi stringevano, calmati, sussurravi. Quando la sera mi aspettavi sotto casa fingevo di non vederti. Dove sei stata?, mi colpivi per farmi cadere, a terra sputavo saliva e sangue, io non ti lascio, ripetevi. Cercavo ossigeno per non soffocare. Non piangere, ordinavi, mi tappavi la bocca perché non mi sentissero. La prima volta le gambe si macchiano di lividi, la seconda no. Anche la città diventa esterna quando le mani servono solo a nascondere il viso. Perdonami, dicevi, non accadrà mai più. Ero sola, e i miei vent’ anni tremavano nelle tue tasche. Piangevo di nascosto sulla lapide di mio padre, pregando Dio che lui non vedesse. La vergogna. Non avrai mai il calore di una famiglia, dicevi. Durò anni. Le tue parole germogliarono come tentacoli nella mia testa.
C’è una linea sottile che separa la realtà dalla finzione, quella linea mi ha sempre impedito di andare oltre. È la porta scorrevole delle case in cui siamo ospiti, che guardiamo senza sapere se è nostro diritto entrare. Attraversare i corridoi, osservare i libri, i quadri, e i vestiti appesi negli armadi. Ancora tremo quando qualcuno mi chiede di te, e quando una mano mi accarezza pavento il giorno in cui mi colpirà, ma ho smesso di chiedere sempre permesso. Voglio annusare un letto disfatto al mattino per sentire l’odore di ciò che rimane dopo che tutti sono andati via. Annusare, toccare, guardare. Della mia vita di prima rimane solo un ricordo confuso e un cuscino bagnato di lacrime. Non prego più, non mi vergogno, non piango in cerca di assoluzione sulla lapide di mio padre. M’innamoro di tutto perché non ho mai conosciuto nulla. La mia croce me la porto dentro e, quando brucia, stringo i pugni e respiro forte. Quel dolore è la mia fortezza, un marchio a fuoco che mi ricorda, ogni giorno, che sono ancora viva.”
Questo frammento è stato estrapolato da un racconto intitolato Di anni, di Margi de Filpo, pubblicato sul blog letterario UnoNove. Mi sono servita di questo breve estratto per raccontarvi un’iniziativa culturale molto interessante che sta attraversando il Paese, passando per kermesse teatrali, festival letterari, atenei universitari e commissioni Pari Opportunità. Si chiama Posto Occupato, ed è stata ideata da Maria Andaloro, editrice de La Grande Testata, in memoria di tutte le vittime di femminicidio. “L’idea è nata da una riflessione scaturita da questa insopportabile strage quotidiana di donne. – afferma Maria Andaloro – Ho voluto trovare un modo per non dimenticare.
Peggio per non abituarci.
Ho immaginato di trovarmi in un luogo in genere affollato, un cinema, un teatro, un treno e di vedere un posto occupato da un oggetto, una borsa, un libro, uno zaino. Il tempo passa, lo spettacolo finisce o arrivate a destinazione, e quel posto sarà rimasto vuoto, quell’oggetto, lì. Li sarebbe rimasto il ricordo di quell’assenza. E così il minimo sarà chiedersi il perché di tanta atrocità mentre la nostra vita andrà avanti. E questo è lo scopo che si prefigge Posto Occupato, un’ iniziativa nata da una riflessione, come dice la breve spiegazione su FB, il social sul quale abbiamo lanciato l’iniziativa il 29 giugno scorso.”. L’iniziativa ha già incassato le adesioni e la solidarietà di molte personalità, come la regista Roberta Torre, lo scrittore Lorenzo Amurri, il magistrato Gherardo Colombo e anche della Federazione nazionale della stampa italiana. Il prossimo obiettivo di Posto Occupato sarà continuare la campagna di sensibilizzazione nelle scuole. “A ottobre abbiamo in progetto di iniziare una campagna nelle scuole superiori – sostiene Maria – perché Fabiana, che aveva appena a 16 anni, il prossimo anno a scuola non potrà andare, e l’assenza anche in una classe dovrà essere tangibile. Che sia da monito. Da giovani è necessario che sia chiaro a tutti che uno schiaffo a 16 anni non è un gesto d’amore, non lo è né a 16 anni né a 30 né a 50. Nessuno deve permettersi di pensare di poter avere il diritto di dare uno schiaffo e nessuna donna deve sentirsi in qualche modo in dovere di subirlo. La violenza contro le donne è trasversale, la sensibilizzazione. La condivisione, la volontà di stare tutti da una parte, e la violenza dall’altra forse potrà darci la possibilità di isolarla. Preoccuparci per le donne di certo è utile nel senso di occuparci prima. Insieme.”“Ogni volta che andavo via prendevo un pegno da casa tua per farti capire che sarei tornata. La mia sicurezza vacillava nella tua, stavo cambiando, ma non lo capivo. La mia curiosità diventava bisogno, la tua gelosia. La rabbia. Era finita, tu lo sapevi. Ti chiedevo il permesso di lasciarti, poi capivo e inorridivo. Non è giusto, dicevo. I miei discorsi infantili, sentivo che la mia volontà era solo la tua.
“Ogni volta che andavo via prendevo un pegno da casa tua per farti capire che sarei tornata. La mia sicurezza vacillava nella tua, stavo cambiando, ma non lo capivo. La mia curiosità diventava bisogno, la tua gelosia. La rabbia. Era finita, tu lo sapevi. Ti chiedevo il permesso di lasciarti, poi capivo e inorridivo. Non è giusto, dicevo. I miei discorsi infantili, sentivo che la mia volontà era solo la tua.
Uno schiaffo, il primo. Tu non sei mio padre, avevo urlato. Mi soffocavi contro il cuscino perché da morta non mi sarei mossa. Il mio pianto, le tue braccia che mi stringevano, calmati, sussurravi. Quando la sera mi aspettavi sotto casa fingevo di non vederti. Dove sei stata?, mi colpivi per farmi cadere, a terra sputavo saliva e sangue, io non ti lascio, ripetevi. Cercavo ossigeno per non soffocare. Non piangere, ordinavi, mi tappavi la bocca perché non mi sentissero. La prima volta le gambe si macchiano di lividi, la seconda no. Anche la città diventa esterna quando le mani servono solo a nascondere il viso. Perdonami, dicevi, non accadrà mai più. Ero sola, e i miei vent’ anni tremavano nelle tue tasche. Piangevo di nascosto sulla lapide di mio padre, pregando Dio che lui non vedesse. La vergogna. Non avrai mai il calore di una famiglia, dicevi. Durò anni. Le tue parole germogliarono come tentacoli nella mia testa.
C’è una linea sottile che separa la realtà dalla finzione, quella linea mi ha sempre impedito di andare oltre. È la porta scorrevole delle case in cui siamo ospiti, che guardiamo senza sapere se è nostro diritto entrare. Attraversare i corridoi, osservare i libri, i quadri, e i vestiti appesi negli armadi. Ancora tremo quando qualcuno mi chiede di te, e quando una mano mi accarezza pavento il giorno in cui mi colpirà, ma ho smesso di chiedere sempre permesso. Voglio annusare un letto disfatto al mattino per sentire l’odore di ciò che rimane dopo che tutti sono andati via. Annusare, toccare, guardare. Della mia vita di prima rimane solo un ricordo confuso e un cuscino bagnato di lacrime. Non prego più, non mi vergogno, non piango in cerca di assoluzione sulla lapide di mio padre. M’innamoro di tutto perché non ho mai conosciuto nulla. La mia croce me la porto dentro e, quando brucia, stringo i pugni e respiro forte. Quel dolore è la mia fortezza, un marchio a fuoco che mi ricorda, ogni giorno, che sono ancora viva.”
Questo frammento è stato estrapolato da un racconto intitolato Di anni, di Margi de Filpo, pubblicato sul blog letterario UnoNove. Mi sono servita di questo breve estratto per raccontarvi un’iniziativa culturale molto interessante che sta attraversando il Paese, passando per kermesse teatrali, festival letterari, atenei universitari e commissioni Pari Opportunità. Si chiama Posto Occupato, ed è stata ideata da Maria Andaloro, editrice de La Grande Testata, in memoria di tutte le vittime di femminicidio. “L’idea è nata da una riflessione scaturita da questa insopportabile strage quotidiana di donne. – afferma Maria Andaloro – Ho voluto trovare un modo per non dimenticare.
Peggio per non abituarci.
Ho immaginato di trovarmi in un luogo in genere affollato, un cinema, un teatro, un treno e di vedere un posto occupato da un oggetto, una borsa, un libro, uno zaino. Il tempo passa, lo spettacolo finisce o arrivate a destinazione, e quel posto sarà rimasto vuoto, quell’oggetto, lì. Li sarebbe rimasto il ricordo di quell’assenza. E così il minimo sarà chiedersi il perché di tanta atrocità mentre la nostra vita andrà avanti. E questo è lo scopo che si prefigge Posto Occupato, un’ iniziativa nata da una riflessione, come dice la breve spiegazione su FB, il social sul quale abbiamo lanciato l’iniziativa il 29 giugno scorso.”
L’iniziativa ha già raccolto le adesioni e la solidarietà di molte personalità, come la regista Roberta Torre, lo scrittore Lorenzo Amurri, il magistrato Gherardo Colombo e anche della Federazione nazionale della stampa italiana. Il prossimo obiettivo di Posto Occupato sarà continuare la campagna di sensibilizzazione nelle scuole. “A ottobre abbiamo in progetto di iniziare una campagna nelle scuole superiori – sostiene Maria – perché Fabiana, che aveva appena a 16 anni, il prossimo anno a scuola non potrà andare, e l’assenza anche in una classe dovrà essere tangibile. Che sia da monito. Da giovani è necessario che sia chiaro a tutti che uno schiaffo a 16 anni non è un gesto d’amore, non lo è né a 16 anni né a 30 né a 50. Nessuno deve permettersi di pensare di poter avere il diritto di dare uno schiaffo, e nessuna donna deve sentirsi in qualche modo in dovere di subirlo. La violenza contro le donne è trasversale. La sensibilizzazione, la condivisione, la volontà di stare tutti da una parte e la violenza dall’altra forse potrà darci la possibilità di isolarla. Preoccuparci per le donne di certo è utile nel senso di occuparcene prima. Insieme.”