La rabbia delle donne, l’umiliazione degli uomini. Elena Tebano

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questa ricerca mi riguarda, tra tutte quelle donne c’ero anch’io…

articolo da Laventisettesimaora
Quel milione di persone scese in piazza senza essere state chiamate da partiti politici o sindacati sorprese un po’ tutti. Era il 13 febbraio del 2011 e Se non ora quando aveva chiamato a raccolta italiani e italiani per protestare contro il sessismo del premier dell’epoca, Silvio Berlusconi. Da allora sono passati oltre due anni, Berlusconi non è più premier (ma è ancora nella maggioranza che governa) e sulla scena pubblica resiste un nuovo attivismo delle donne, che ha portato alle battaglie per una maggiore rappresentanza in politica e nel mondo economico e contro la violenza di genere. Intanto su quelle settimane di mobilitazione è tornato un gruppo di studiose e studiosi coordinati da Maria Paola Paladino, professoressa di psicologia sociale all’Università di Trento, che – con i tempi lunghi della ricerca – ha cercato di capire cosa abbia spinto donne e uomini a fare qualcosa in prima persona contro le discriminazioni di genere. I ricercatori hanno scoperto che donne e uomini sono scesi in piazza per motivi diversi: le prime spinte dalla rabbia, i secondi per un senso di umiliazione (i risultati dello studio sono stati pubblicati sul “British Journal of Social Psychology”, in un articolo intitolato Why did I talians protest against Berlusconi’s sexist behaviour? The role of sexist beliefs and emotional reactions in explaining women and men’s pathways to protest).

Spiegano gli studiosi: «I dati suggeriscono che i motivi alla base dell’impegno di uomini e donne nella protesta sono stati diversi, ancora più di quanto ci si aspettasse. Gli uomini hanno firmato petizioni, sono scesi in strada e hanno fatto altre azioni di protesta in quanto si sono sentiti umiliati dal comportamento di un uomo che, avendo un ruolo istituzionale, stava violando i loro convincimenti contrari al sessismo ostile e la loro visione idealizzata della donna. Sotto questo aspetto, partecipare alla protesta per gli uomini è stato sia un’espressione del fatto che credevano nell’uguaglianza di genere, che di cavalleria. Invece le donne hanno partecipato alla protesta in quanto erano arrabbiate con una figura pubblica e istituzionale che, denigrando le donne, aveva pubblicamente violato i loro convincimenti contrari al sessismo».

Tipicamente legata ai movimenti sociali e alle loro rivendicazioni, la rabbia è un’emozione considerata molto poco “femminile”: di solito quando una donna si arrabbia si sente subito dare dell’isterica. «Il modo in cui sono percepite le emozioni dipende dalla posizione di chi le prova: ha a che fare con lo status – dice la professoressa Maria Paola Paladino – Di fronte a un evento negativo o minaccioso, si reagisce con rabbia se si ha qualche forma di potere. Chi invece è indifeso prova paura». Per questo la rabbia è più spesso vissuta come uno stato d’animo maschile: «Negli studi psicosociali – aggiunge Paladino – le differenze di status danno risultati simili a quelli delle differenze di genere: questo perché la diseguaglianza di potere è un aspetto centrale» nei rapporti tra i sessi.

Se ad arrabbiarsi è un uomo o una donna, cambia anche il modo in cui quell’emozione viene giudicata: «Ci sono degli esperimenti ormai classici che lo mostrano molto bene: se un uomo e una donna raccontano un evento che li ha fatti ‘arrabbiare’ sul lavoro, le reazioni tendono a essere diverse. La donna viene vista come persona irascibile, la sua rabbia come assenza di controllo, un’emozione negativa e soprattutto un tratto condannabile della persone che la prova – spiega Paladino -. Nell’uomo invece, che pure racconta lo stesso fatto, la rabbia viene vista come indignazione, un sentimento giustificato dalla situazione. E viene interpretata come la risposta attiva a una situazione negativa, quindi legittima». Sembrerà banale, ma forse sarebbe meglio imparare ad apprezzare un po’ di più la rabbia delle donne.

Un altro elemento interessante uscito dalla ricerca riguarda la diffusione del sessismo, inteso come quell’orientamento ideologico che porta a discriminare un genere rispetto all’altro, di solito considerando quello maschile superiore: neppure chi è sceso in piazza a protestare ne era immune.

«Dipende dal fatto che ci sono due forme diverse di sessismo: quello ostile, che denigra apertamente le donne rispetto agli uomini, e quello benevolo, legato al concetto di cavalleria, in cui le donne sono viste come complementari agli uomini, ma comunque con un ruolo limitato e subordinato – spiega Paladino -. L’idea è che la donna sia una creatura dalle qualità uniche, che l’uomo, comunque superiore, deve proteggere”. Gli studiosi hanno registrato bassi livelli di sessismo ostile tra coloro – uomini e donne – che sono scesi in piazza a protestare. Ma hanno riscontrato che negli uomini più motivati ad agire contro le dichiarazioni sulle donne dell’ex premier era diffusa la forma di sessismo benevolo nota come “complementarità di genere“: la convinzione che uomini e donne abbiano differenti tratti caratteriali e abilità, e che grazie ad esse le donne siano destinate a fare da complemento agli uomini. Per loro, probabilmente, Berlusconi non era stato abbastanza “cavaliere”.

A molte persone questa forma di discriminazione ideologica sembra innocua, o addirittura legittima. Eppure ha conseguenze simili a quella dell’ostilità esplicita nei confronti delle donne: “Basta pensare a una dottoressa che fa il medico di pronto soccorso in una zona malfamata. In caso di sessismo ostile, la reazione sarebbe: ‘Non ci pensare neanche, quello non è un lavoro da donna. Tu devi stare a casa a occuparti di me’. In caso di sessismo benevolo, invece, la risposta sarebbe diversa: «È una bellissima occasione, però quel quartiere di notte è pericoloso, io mi preoccupo per te: è meglio che tu rinunci. Il risultato è lo stesso in entrambi i casi: la donna non va a lavorare». Un’altra forma tipica del sessismo benevolo è il mantra che recita: le donne non fanno questo lavoro perché tanto sono bravissime in altro. “Intanto però cosa devono fare le donne lo decidono gli altri”, chiosa Paladino.

Di certo la sua ricerca coordinata dimostra che i pregiudizi sono duri a morire, anche dove meno ce lo aspetteremmo. E che non possiamo permetterci mai di abbassare l’attenzione sulle discriminazioni di genere. Anche questo, purtroppo, è un fenomeno ben noto. “Succede anche con le cosiddette ‘donne simbolo’, la presenza di alcune donne in alcune posizioni tipicamente maschili, che seppur lontana dall’uguaglianza tra uomini e donne, fa pensare che il problema della discriminazione di genere non sia rilevante“, spiega Paladino. Vari studi infatti dimostrano che un’azienda viene sospettata di discriminare le donne quando queste sono del tutto assenti dalle posizioni di vertice. Ma se invece le donne sono solo il 10% dei capi, le persone reagiscono come se ai vertici ci fossero lo stesso numero di donne e uomini e in quel contesto la discriminazione di genere non fosse un problema.

Nel caso delle proteste di piazza come nella battaglie per la parità sul lavoro e in azienda purtroppo non si può dare niente per scontato, neppure le conquiste che sembrano dovute da tempo.

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