io me le ricordo quelle donne

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Le date tendo a scordarle, i compleanni, le assemblee, le scadenze, anzi non le scordo, le rimuovo.
Nei miei ricordi non fisso mai un evento a una data; odio le festività, le ricorrenze perchè è come se in quel giorno devi per forza essere triste o felice,
Oggi è il 25 novembre, il giorno della lotta contro la violenza sulle donne e oggi, ovunque, chiunque nel mondo ha qualcosa da dire contro il #femminicidio o qualsiasi forma di violenza fisica, psicologica, morale contro una donna in quanto donna.
Ma questa cosa, non so perchè oggi mi irrita, forse perche tanti di quelli che oggi hanno scelto uno slogan, un video, un messaggio, un immagine per ricordare che la violenza è sbagliata, poi oltre al 25 novembre che fanno? perchè molti possono fare e invece siamo qui a ricordare dei numeri…
Le vittime del 2013, del 2012, del 2014… sono di più, sono di meno, sono diverse, sono tutte uguali….
Allora io oggi voglio dedicare un pensiero a quelle donne delle quali mi ricordo il volto, la storia, il nome…
Del libro di Riccardo Iacona, “se questi sono gli uomini” , le storie me le ricordo tutte e di ogni donna mi immaginavo il momento della sua morte, il terrore, il non essere niente davanti a degli occhi iniettati di odio di quell’uomo che avevano amato, lasciato, rifiutato.
Mi ricordo di più quelle che avevano dei bambini e quando l’età di quei bambini era simile a quella dei miei, mi prendeva un senso di angoscia… perchè mi immaginavo il futuro stracciato di quei bambini, che avevano visto ammazzare come un cane la loro madre…
mi ricordo di quelle ragazze più giovani, che le foto su fb spesso ritraggono belle e sorridenti e quella bellezza l’avevano pagata cara, quel sorriso a tratti spavaldo di chi sa di essere bella era stato spento per sempre, perchè non era più rivolto a quell’uomo che avevano amato, lasciato, rifiutato
mi ricordo di quelle signore che avevano cercato di rifarsi una vita, ma quella che avevano trovato dopo era stata la peggiore che potesse loro capitare… dalla padella alla brace…alla morte.
Mi ricordo molti nomi e molti volti, mi ricordo storie di donne, donne come me
Mi ricordo anche le storie di quei pochissimi uomini che hanno accettato poi di farsi aiutare, di cercare di raccontare perchè.. solo che quel perchè racconto da quei pochi, pochissimi uomini che accettano di farsi aiutare era assurdo per me, un delirio dal quale capivo che nessuna donna può sfuggire quando cade in quella visione, in quel delirio.
Ma il l femminicidio non è certo un fenomeno dei nostri tempi, anzi tutt’altro, è nato nella notte dei tempi ma ancora non riusciamo a spiegarlo, a comprenderlo, a combatterlo.
E’ un batterio che c’è nelle relazioni di coppia, un batterio che può avere diverse forme… si annida subito, forse si nasce con quel batterio, nel bambino che apprende comportamenti  stereotipati verso le bambine, nel fanciullo che cresce sentendosi biologicamente diverso da una fanciulla, nell’adolescente che cerca di affermare il suo ruolo di maschio ancora con la voce da bambino e trova una ragazza adolescente che è già donna, mentre è ancora bambina,
Nell’uomo che non è più l’uomo-capofamiglia-capobranco-capoclan non lo è più, nemmeno nel suo rapporto di coppia, anzi spesso incontra una donna che sostiene una famiglia da sola, che costruisce la sua vita, la sua identità senza essere la dolce metà di nessuno.
Perchè è questo il grande inganno: libri, poesie, narrativa, leggende tutto ci ha fatto credere che una donna dovesse trovare nell’amore la sua metà perfetta, il suo completamento, la sua appendice vitale e invece no, siamo esseri che viviamo tutta la vita, una storia individuale e qualche volta incontriamo dei compagni di vita che ci fanno immaginare di vivere anche noi quella love-story che da secoli ci propinano, libri, canzoni, film…
E invece PER SEMPRE non esiste, perchè nemmeno ognuno di noi non è uguale a sè stesso per sempre, perchè allora dovrebbe esserlo qualcuno che ci è accanto?
ma adesso sto divagando…
Volevo solo dedicare un pò del mio tempo a ricordare quelle donne, che mi sembra mi assomiglino tutte, che adesso non ci sono più… e chissà cosa pensavano mentre la morte le andava incontro, chissà….
me le ricordo, non solo il #25 novembre… come raccontano queste mie foto
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#saveourselves

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#saveourselves

salviamoci, salviamoci dal #femminicidio, salviamoci dai titoli dei giornali, salviamoci dall’etichettamento di che con le parole vuole “spiegare” l’uccisione di una femmina in quanto femmina, salviamoci dall’esposizione del cadavere e di tutta la vita di ogni donna prima uccisa e poi esposta, vivisezionata, raccontata con le parole di estranei…
quando muore una donna, quando muore di femminicidio, muore una parte di me, perhè in ogni donna che muore penso che quella donna potrei essere io, per tutte le volte che ho scelto, nella mia vita, di fare le cose che voglio, di avere l’immagine che voglio, di amare chi voglio e di non amare chi non voglio, per tutte le volte che non ho abbassato la testa, che non sono stata zitta, anzi che ho urlato e più sono stata ferita più ho urlato, per tutte le volte che ho provocato, che ho alzato i toni di una discussione, per tutte le volte che ho difeso i miei sentimenti e la mia identità, per tutte le volte che mi sono tenuta stretta i miei sogni quando qualcuno ha cercato di farmi sentire ridicola, illusa, una sognatrice inconcludente, per tutte quelle volte che avrei voluto avere in mano una clava e con una pelliccia di animale addosso sarei tornata nella preistoria, dove nasce quest’istinto che hanno gli uomini di conquistarci, di possederci, di averci, di non lasciarci andare, di toglierci la vita quando cerchiamo di viverla come vogliamo..
ogni volta che muore una donna, io vorrei avere in mano una clava, una pelliccia di animale addosso, entrare in quella grotta buia e riempire di clavate quella bestia-uomo, ma non per ucciderlo, no, perchè io non sono una bestia, sono una donna, sono una madre e a me piace dare la vita, e l’unico dolore che posso accettare è quello del parto, a me piace la vita, non toglierla,mai; gli darei solo tante, tante, tantissime clavate e lo costringerei a scrivere 1000 volte sui muri della grotta:
io non toccherò mai più una donna!
… però c’è un problema, io non indosso più la pelliccia di animale da molto tempo, non uso più la clava, anzi non l’ho mai usata, ho imparato ad ascoltare la testa e il cuore e a seguire la testa e il cuore e ho scoperto che quelle fanno più male di una clava a quella bestia-uomo che è rimasto ancora nella grotta buia, troppo buia e senza specchi!

L’IMPEGNO PER TSIPRAS CHE FA SPERARE. GRAZIE MONI OVADIA .

le donne e gli uomini che si sono impegnati per la lista Tsipras, in ogni comune, in ogni città sono uomini e donne dei quali un paese deve essere orgoglioso, hanno dimostrato ognuno di loro, che la politica è importante, è necessaria, è un bene comune da condividere. tutto quello che è stato fatto, poteva essere stato vano, tuttavia nessuna di queste persone si è tirata indietro. è questa lìItalia che mi piace, è questa la politica che mi piace, è questa la sinistra che mi piace! e quel 4% è prezioso, prezioso per ognuna di tutte queste persone!

 

L’IMPEGNO PER TSIPRAS CHE FA SPERARE. GRAZIE MONI OVADIA ..

speriamo ancora che sia femmina?

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“ISTAT:AUMENTANO DONNE COSTRETTE A LASCIARE LAVORO DOPO PARTO.
(ANSA) – Roma, 28 MAG – Le donne “sono ancora troppo spesso costrette a uscire dal mercato del lavoro in occasione della nascita dei figli”. Cosi il presidente facente funzione
dell’Istat, Antonio Golini, nella relazione al rapporto annuale.
La quota di madri che non lavora piu’ a due anni di distanza
dalla nascita dei figli è passata al 22,3% nel 2012 dal 18,4%
del 2005. La stima per 2013. Il record negativo delle cicogne era del ’95.
Nuovo minimo storico per le nascite da quasi vent’anni. Nel 2013 si stima che saranno iscritti all’anagrafe poco meno di 515mila bambini, 12mila in meno “rispetto al minimo storico registrato nel 1995”.
(A E’ quanto riferisce l’Istat nel Rapporto Annuale. In cinque anni sono arrivate in Italia 64mila ‘cicogne’ in meno.(Le donne italiane in eta’ feconda
fanno pochi figli (in media 1,29 per donna) e sempre piu’ tardi (a 31 anni in media il primo figlio) ma anche le immigrate contribuiscono sempre meno alla natalita’ del Paese. “Pur mantenendosi su livelli di fecondita’ decisamente piu’ elevati di quelli delle donne italiane, il numero medio di figli per donna delle cittadine straniere (2,37 nel 2012) e’ anch’esso in rapida diminuzione”, riferisce l’Istat..”

questo è un dato allarmante.
io non sono stata costretta, ma ho scelto di lasciare il lavoro dopo il secondo figlio….
già nel 2007 i dati sull’abbandono del posto di lavoro erano in Italia abbastanza preoccupanti, dopo il primo figlio, si stentava a ritornare al proprio posto di lavoro, rischiando di vedersi demansionate, dopo il secondo figlio l’impresa era ardua anche dal punto di vista morale, vista il bisogno di cura dei bambini che bisognava cercare di conciliare con i tempi del lavoro, dopo il terzo figlio, pochissime e fortunate potevano conservarlo a patto di avere aiuti parentali o economici.

oggi la situazione è drammaticamente scesa verso numeri preoccupanti.

è una fotografia triste dell’ Italia che dimostra di non essere assolutamente un paese per donne, un paese per mamme, un paese per bambini…

Credo che, spesso,  chi decide di rinunciare a vivere completamente la propria maternità lo faccia perché non può fare diversamente, perché non può permettersi di lasciare il lavoro.

Certamente c’è anche chi dopo anni di studio e avendo un buon lavoro, non mette neanche in conto questa rinuncia e ne ha tutto il diritto.

Il problema è che il modello sociale contemporaneo ha costretto le donne a mettere sulla bilancia le cose importanti della propria vita, e ha costretto solo le donne a fare questa scelta, nonostante spesso in una coppia il lavoro più redditizio, lo abbia la donna, ma rimangono sempre le donne a dover scegliere. Più spesso, come rivela l’ISTAT le donne non scelgono più. E’ questo stato sociale che sceglie per loro.

 

 

 

 

#bringbackourgirls

#bringbackourgirls

da La 27simaora
#BringBackOurGirls
Quelle ragazze nostre sorelle

di Barbara Stefanelli

dalla pagina – diario di BringBackOurGirls
#BringBackOurChildren. La mobilitazione è partita dalla Nigeria ed è arrivata sui media internazionali. Anche La27ora aderisce alla chiamata di Ipetition che si rivolge a Nkosazana Dlamini-Zuma, presidente della Commissione dell’Unione africana, a quella di Amnesty International che scrive a Barak Obama e a quella di Change.org indirizzata ai leader del mondo e alle organizzazioni internazionali. #BringBackOurChildren non si rivolge ai responsabili del rapimento (Boko Haram significa letteralmente “l’educazione occidentale è peccato”). Ma al governo nigeriano che non ha affrontato Boko Haram per troppo tempo. Ora si tratta di andare oltre l’indignazione

Blessing Abana, Deborah Abari, Deborah Abbas, Hadwa Abdu…

Sono i primi nomi di una lista che corre fino a quasi 300: sono i nomi delle ragazze rapite, tra il 14 e il 15 aprile, nel dormitorio di una scuola in Nigeria. Rapite da uomini armati di kalashnikov, torce e una fede fanatica. Le hanno caricate sui camion in mezzo al bestiame razziato nei campi e portate nella foresta di Sambisa, dove sono ancora prigioniere.

Il sogno di un diploma per diventare un giorno avvocate, insegnanti, chirurghe fa dunque paura ai terroristi. Nel video in cui rivendica il sequestro, il leader del gruppo Boko Haram dice ridendo: le ragazze sono fatte per diventare mogli — a 12 anni, anche a 9 — non per studiare, adesso troveranno un marito o saranno vendute al mercato. Boko Haram, una sigla che significa «l’educazione occidentale è peccato», combatte e minaccia la popolazione da anni con l’obiettivo di creare nel Nord un’area integralista islamica. Ma questa non è una storia di musulmani contro cristiani. L’elenco di quei nomi, pubblicato dalla Christian Association of Nigeria, dimostra che le ragazze sono cristiane e musulmane. È una storia contro l’educazione, soprattutto contro l’educazione delle bambine. Una storia per il potere, che passa dal controllo delle donne. Come è successo in Pakistan con Malala, colpita da una raffica in faccia; come succede in Afghanistan dove in alcune zone le studentesse vengono punite con l’acido.

In Nigeria i rapimenti non sono cominciati e non sono finiti il 14 aprile. A lungo il presidente Goodluck Jonathan ha cercato di minimizzare, ha sospettato le famiglie di tramare contro il futuro di una nazione che — prima economia continentale — ospita oggi orgogliosa il World Economic Forum on Africa. Ma, incredibilmente, qualcosa di intangibile ha rotto il silenzio del colosso: un hashtag, #BringBackOurGirls, ha cominciato a contagiare la Rete. Ora, se fate una ricerca, troverete le foto delle donne in rosso che manifestano da Abuja a Manhattan, la denuncia di Wole Soyinka, le parole di Hillary Clinton, Sean Penn, Desmond Tutu. Troverete petizioni da firmare, scritte che colorano i muri delle città e messaggi tracciati su una scatola di fiammiferi. «Riportate a casa le nostre ragazze». Un’onda virtuale che ha mosso i governi: prima gli Stati Uniti, poi la Gran Bretagna e la Francia. Forse la foresta di Sambisa non resterà inaccessibile a lungo, come è stata per quei padri che — inseguendo i camion, a mani nude — hanno cercato di riprendersi le figlie e sono stati respinti dagli Ak-47 degli integralisti.

A noi resta una domanda alla quale vorremmo rispondere non solo con le squadre speciali e l’intelligence. Che possiamo fare perché qualcosa cambi? Una risposta l’hanno data Nicholas Kristof sul New York Times e la giovane Malala.

Vogliono fermare l’istruzione per le ragazze? E noi mandiamole a scuola: tutte, a lungo, libere, sempre di più, anche in Occidente. Perché un libro nelle mani di una bambina che sa quello che vuole è più potente di cento droni contro il terrorismo.

#femminicidio, articolo di massimo gramellini

Nessuno possiede nessuno

MASSIMO GRAMELLINI
 Caro bambino di Palermo, non mi faccio illusioni: le immagini che il tuo subconscio ha registrato nelle quattro ore in cui sei rimasto in casa da solo con il corpo assassinato di tua madre resteranno impresse nelle tue viscere come un tatuaggio immateriale. Saranno la carrozzella emotiva su cui siederai per tutta la vita. Ma nonostante questo, puoi farcela. Spero che, quando ti riveleranno la verità, avrai già abbastanza esperienza di mondo per accettarla, ma anche sufficiente ingenuità per non permetterle di peggiorarti. Il regista che ha in mano tutti i nostri copioni ti ha affidato un ruolo delicatissimo: tu, orfano precoce della vittima di uno stalker, puoi diventare la tomba del maschio o la sua riscossa. Dipenderà da come saprai accogliere un messaggio semplice e rivoluzionario: nessuno possiede nessuno.

 L’amore ti dà diritto di amare, non quello di vantare diritti sulla persona amata. Anche a te, come a tutti, capiterà di essere respinto, abbandonato, tradito. Anche tu ti troverai a camminare in qualche oscura notte dell’anima, quando la perdita dell’amore toglie il sonno, il senno e il senso di ogni prospettiva, trasformando la passione in ossessione. Lì si vedrà chi sei veramente. Potrai rifiutare la sconfitta e tormentare colei che ti respinge, e allora ti sarai rivelato un debole e, nei casi estremi, un farabutto. Oppure potrai farti forza e sublimare il tuo sentimento in rispetto, lasciandola andare in pace. Per un po’ starai peggio, ma appena riemergerai dalla sofferenza sarai diventato la persona di cui abbiamo bisogno. Un uomo vero.

articolo di Franca D’Agostini, su La Stampa

mi piace quest’articolo, lo ritaglio e lo incollo…

Se Non Ora Quando
QUALCOSA NON VA NEL “MASCHILE”. E NEL “FEMMINILE”
Dietro alla tragedia del femminicidio: il problema è che le immagini di uomo e di donna a cui siamo abituati non funzionano più.(Franca D’Agostini, La Stampa)

Helene von Druskowitz, filosofa austriaca dell’Ottocento, morta in manicomio dopo aver scritto opere geniali e stravaganti, come il Vademecum per gli spiriti più liberi. Proposizioni cardinali pessimistiche, così descriveva «il maschio»: «micidiale per attitudine, violento e invidioso, generatore di guerra, amante del potere, ottuso distruttore della natura e di se stesso». Dal punto di vista di Von Druskowitz tutti i problemi dell’umanità si riducono a uno solo, e semplicissimo: il rissoso individuo ha preso possesso della storia umana, e sta portando rapidamente l’umanità alla rovina. Brillante provocatrice, un po’ come Nietzsche (che conobbe), la von Druskowitz era omosessuale, e principalmente per questo trascorse in manicomio vent’anni della sua vita. Ma era paziente «tranquillissima», dissero i medici; e in fin dei conti oggi si direbbe sanissima, visto che l’unica sua malattia era a quanto pare la «misandria», l’odio per il maschio.

Non c’è bisogno di raggiungere gli eccessi della von Druskowitz per riconoscere che nel «maschile» c’è qualcosa che non va. E correlativamente qualcosa non va nel «femminile» così come si è configurato e modellato, nella prospettiva del maschile. E quel che non funziona, beninteso, non sono gli uomini e le donne, ma appunto il maschile e il femminile, vale a dire: quel che gli uni e le altre si aspettano e devono aspettarsi dal loro essere nel modo in cui si suppone siano.

È questo in definitiva il problema di fondo da cui si genera il fenomeno del «femminicidio». La diagnosi non è difficile: il problema è che le immagini di «uomo» e di «donna» a cui siamo (specie gli uomini) abituati non funzionano più, e a contatto con le nuove realtà esplodono e si traducono in follia. Come notano Loredana Lipperini e Michela Murgia, in L’ho uccisa perché l’amavo: falso! (Laterza 2013), l’amore non c’entra nulla, la vera spiegazione è: «l’ho uccisa perché metteva in crisi la mia immagine di maschio possessore e dominatore». E in Se questi sono uomini, Riccardo Iacona (Chiarelettere 2012) lascia vedere molto bene, ri-narrando i diversi femminicidi, che per lo più le donne uccise erano donne brave, forti, e gli uomini erano deboli, senza lavoro, umiliati nella loro difficoltà di essere «maschi». La malattia si è rivelata dunque in tutta la sua chiarezza. Ed è chiara anche la soluzione. Come hanno ribadito di recente Laura Boldrini su Repubblica, Lorella Zanardo sul Fatto, Simonetta Agnello Hornby sulla Stampa, i provvedimenti devono muoversi in due direzioni: sul piano istituzionale (creando leggi, e aggravanti «di genere»), e sul piano culturale: modificando la visione del maschile e del femminile che ancora circola nelle nostre menti, e nelle immagini propagate dai media.
La direzione numero due è la più profonda e radicale. Ma resta un dubbio. Che cosa mettiamo, esattamente, nelle «nuove» immagini che dobbiamo diffondere, insegnare, difendere? Chi siamo? Siamo diverse, e siamo meglio degli uomini, come ritiene Luisa Muraro ( Non è da tutti, Carocci 2011)? Siamo uguali, se non altro siamo umane come gli altri umani, come dice Catharine MacKinnon ( Le donne sono umane?, Laterza, 2012)? Soprattutto: siamo come erano le nostre madri-nonne, e le nostre figlie-nipoti sono come noi, per cui funzionano le stesse teorie, e gli stessi programmi?

Il ripensamento dell’identità femminile (e maschile) è uno dei compiti primari della filosofia politica femminista. Però, proprio su questo punto, la filosofia oggi è raramente ascoltata, e quel che è peggio fatica a trovare una vera convergenza. Sopravvive la vecchia ruggine che ha sempre percorso la storia del femminismo, tra differenzialismo (le donne sono diverse, e deve essere valorizzata la loro differenza) ed egualitarismo (le donne sono uguali, e deve essere difesa la loro uguaglianza). Sopravvive anche la disputa metodologica: c’è chi ritiene che il «pensiero femminile» da valorizzare e difendere sia pensiero contrario a ogni teoria generale, e forse a ogni teoria, e chi tenta una riconsiderazione fondamentale del problema, a partire da una prospettiva universalista.

Il libro di Nadia Fusini, Hannah e le altre (appena uscito da Einaudi) offre un modo ingegnoso per ripensare l’intera questione, forse proprio perché narra di tre autrici non femministe, ma che hanno evidenziato alla perfezione, come dice Fusini riprendendo Virginia Woolf, «the woman’s angle», il punto di vista femminile. Il libro racconta lo sfiorarsi dei destini di Hannah Arendt, Simone Weil e Rachel Bespaloff: unite non soltanto dal fatto di essere ebree, filosofe ed esuli a New York, ma anche da incontri fortuiti, strane coincidenze; e soprattutto: da un’affinità di pensiero che mette in luce le ragioni del loro essere donne in un modo diverso da come si suppone si debba essere donne.

Lo stile di Fusini, magistrale nelle biografie, consente di vedere all’istante il nucleo essenziale di ciascuna figura, restituendone il pensiero dominante con rapidi accenni concreti. Simone Weil viene sedotta alla teoria e alla pratica della vita difficile dalla fiaba che le racconta sua madre, nel dormiveglia di bambina febbricitante. Hannah Arendt, a cui manca il «tatto del cuore», come le rimproverano Scholem e il suo maestro Jaspers, ha nell’animo «socratico» «un’ironia pungente, che sconfina nell’arroganza». Meno nota la biografia di Bespaloff, musicista e filosofa, afflitta da incombenze famigliari che la imprigionano e la portano al suicidio. Fusini sottolinea la convergenza delle tre posizioni: nell’avversione per la violenza, nell’interesse per i greci e per il Cristianesimo. Tutte e tre sono dotate dell’«altro sguardo»: ma la peculiarità di questo sguardo non è legata a oscuri fattori biologici, e neppure a un «femminile» benevolo e antiviolento. È piuttosto lo sguardo di chi è «senza potere», ed è tanto più evidente in tre personaggi così tipicamente deraciné, sradicati, e capaci di tradurre lo sradicamento in teoria.

Ecco dunque il punto cruciale: le tre autrici partono dall’umanità, dunque da una prospettiva «neutra», e senza genere; ma nelle loro voci si rivela all’istante «l’altro sguardo». La «differenza» affiora, inequivocabile, nel momento stesso in cui il discriminato inizi a parlare, e parli onestamente, a partire dal suo avvertirsi «straniero». Ma se dobbiamo tenere conto di questo, la risposta alla domanda «chi siamo? » cambia radicalmente. Essere donne significa anzitutto un modo particolare (migliore) di essere esseri umani: il modo di chi, uomo o donna che sia, non ama il potere. E in questo senso, come Von Druskowitz, non ama «il maschio».

la grande bellezza

la grande bellezza

Foto La grande bellezza (2013) – 1 – Trovacinema
Fotogalleria del film La grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino con Toni Servillo,Carlo Verdone,Sabrina …

 un film che ti inchioda, una grottesca e miserevole umanità ma così vera, così reale.

tutti quei personaggi talmente tristi che non vorresti essere nessuno di loro, neanche la santa, neanche la bambina artista, però Roma, Roma incantenvole e suadente, lei è davvero la grande bellezza, che affascina, che amalia, che incanta come le sirene di Ulisse, ma imperturbabile ed eterna, …non perdona.

 

mi ha rapito, quel decadimento morale disperato e surreale, che poi tanto lontano dalla realtà non è, quelle donne tristi e assurde

e quell’amore vago, lontano, perduto, incompiuto di Jep.

la parola fine non è alla fine, ma è in tutto il film… mentre il Tevere bellissimo scorre maestoso.

Francesca e le altre…

francesca e giovanni
francesca e Giovanni

Non ho molto da aggiungere su tutto quello che ogni italiano onesto può pensare di giovanni falcone e su ogni uomo che per la lotta alla mafia ha perso la vita. Invece voglio pensare a Francesca, Francesca Morvillo una donna che ha che ha perso la vita per amore. eh sì che vivere in quelle condizioni, con la paura addosso, la scorta, la tensione, le immagini di morti ammazzati attorno a loro, deve essere stata dura. Francesca ha accettato di amare Giovanni in condizioni  disumane. Non era unica, no davvero, anche altre donne come lei hanno amato uomini che avevano dedicato al loro vita al servizio dello Stato. Cosa pensava Francesca? quanti dubbi e quanti tormenti? colei che ama un uomo che combatte la mafia, combatte anche contro se stessa, ne sono sicura. colei che ama un uomo che combatte la mafia deve accettare il fatto che quella lotta invade la sua vita, invade i pensieri stessi della coppia.  quella lotta, quel crederci lo deve condividere  assolutamente e non perché corre il rischio di rimanere vittima essa stessa, ma perché altrimenti non potrebbe sostenere il costo morale di una vita così. Francesca e le altre donne che hanno amato uomini che hanno combattuto la mafia rischiando e trovando la morte, sono sempre state donne sorridenti, con quel sorriso che serve a dare forza a sì stesse prima che a lui, sono state sempre state  donne serene, anche se con la paura accanto, sono sempre state determinate anche se conoscevano il mostro che avrebbe potuto porre fine alla loro felicità; sono state donne che da madri non hanno insegnato l’odio verso gli assassini del loro padre, ma a continuare a crederci.

Le voglio ricordare oggi, Francesca e le altre, le vorrei ringraziare per aver amato quegli uomini morti per migliorare la vita di tutti, morti per un senso di giustizia e legalità che  a troppi suscita ancora indifferenza se non anche fastidio, incomprensione.  Le vorrei ringraziare Francesca e le altre, perchè quegli uomini morti anche per me, li hanno amati anche a nome mio.