Chiamare la donna il sesso debole 

”Chiamare la donna il sesso debole è una calunnia; è un’ ingiustizia dell’uomo nei confronti della donna. Se per forza s’ intende la forza bruta, allora sì, la donna è meno brutale dell’uomo. Se per forza s’ intende la forza morale, allora la donna è infinitamente superiore all’uomo. Non ha maggiore intuizione, maggiore abnegazione, maggior forza di sopportazione, maggior coraggio? Senza di lei l’ uomo non potrebbe essere. Se la non violenza è la legge della nostra esistenza, il futuro è con la donna. Chi può fare appello al cuore più efficacemente della donna?Se soltanto le donne dimenticassero di appartenere al sesso debole, non ho dubbio che potrebbero opporsi alla guerra infinitamente meglio degli uomini. Dite voi cosa farebbero i vostri grandi generali e soldati, se le loro mogli, figlie e madri si rifiutassero di sanzionare la loro partecipazione a qualsiasi forma o tipo di militarismo.”
Mahatma Gandhi

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io me le ricordo quelle donne

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Le date tendo a scordarle, i compleanni, le assemblee, le scadenze, anzi non le scordo, le rimuovo.
Nei miei ricordi non fisso mai un evento a una data; odio le festività, le ricorrenze perchè è come se in quel giorno devi per forza essere triste o felice,
Oggi è il 25 novembre, il giorno della lotta contro la violenza sulle donne e oggi, ovunque, chiunque nel mondo ha qualcosa da dire contro il #femminicidio o qualsiasi forma di violenza fisica, psicologica, morale contro una donna in quanto donna.
Ma questa cosa, non so perchè oggi mi irrita, forse perche tanti di quelli che oggi hanno scelto uno slogan, un video, un messaggio, un immagine per ricordare che la violenza è sbagliata, poi oltre al 25 novembre che fanno? perchè molti possono fare e invece siamo qui a ricordare dei numeri…
Le vittime del 2013, del 2012, del 2014… sono di più, sono di meno, sono diverse, sono tutte uguali….
Allora io oggi voglio dedicare un pensiero a quelle donne delle quali mi ricordo il volto, la storia, il nome…
Del libro di Riccardo Iacona, “se questi sono gli uomini” , le storie me le ricordo tutte e di ogni donna mi immaginavo il momento della sua morte, il terrore, il non essere niente davanti a degli occhi iniettati di odio di quell’uomo che avevano amato, lasciato, rifiutato.
Mi ricordo di più quelle che avevano dei bambini e quando l’età di quei bambini era simile a quella dei miei, mi prendeva un senso di angoscia… perchè mi immaginavo il futuro stracciato di quei bambini, che avevano visto ammazzare come un cane la loro madre…
mi ricordo di quelle ragazze più giovani, che le foto su fb spesso ritraggono belle e sorridenti e quella bellezza l’avevano pagata cara, quel sorriso a tratti spavaldo di chi sa di essere bella era stato spento per sempre, perchè non era più rivolto a quell’uomo che avevano amato, lasciato, rifiutato
mi ricordo di quelle signore che avevano cercato di rifarsi una vita, ma quella che avevano trovato dopo era stata la peggiore che potesse loro capitare… dalla padella alla brace…alla morte.
Mi ricordo molti nomi e molti volti, mi ricordo storie di donne, donne come me
Mi ricordo anche le storie di quei pochissimi uomini che hanno accettato poi di farsi aiutare, di cercare di raccontare perchè.. solo che quel perchè racconto da quei pochi, pochissimi uomini che accettano di farsi aiutare era assurdo per me, un delirio dal quale capivo che nessuna donna può sfuggire quando cade in quella visione, in quel delirio.
Ma il l femminicidio non è certo un fenomeno dei nostri tempi, anzi tutt’altro, è nato nella notte dei tempi ma ancora non riusciamo a spiegarlo, a comprenderlo, a combatterlo.
E’ un batterio che c’è nelle relazioni di coppia, un batterio che può avere diverse forme… si annida subito, forse si nasce con quel batterio, nel bambino che apprende comportamenti  stereotipati verso le bambine, nel fanciullo che cresce sentendosi biologicamente diverso da una fanciulla, nell’adolescente che cerca di affermare il suo ruolo di maschio ancora con la voce da bambino e trova una ragazza adolescente che è già donna, mentre è ancora bambina,
Nell’uomo che non è più l’uomo-capofamiglia-capobranco-capoclan non lo è più, nemmeno nel suo rapporto di coppia, anzi spesso incontra una donna che sostiene una famiglia da sola, che costruisce la sua vita, la sua identità senza essere la dolce metà di nessuno.
Perchè è questo il grande inganno: libri, poesie, narrativa, leggende tutto ci ha fatto credere che una donna dovesse trovare nell’amore la sua metà perfetta, il suo completamento, la sua appendice vitale e invece no, siamo esseri che viviamo tutta la vita, una storia individuale e qualche volta incontriamo dei compagni di vita che ci fanno immaginare di vivere anche noi quella love-story che da secoli ci propinano, libri, canzoni, film…
E invece PER SEMPRE non esiste, perchè nemmeno ognuno di noi non è uguale a sè stesso per sempre, perchè allora dovrebbe esserlo qualcuno che ci è accanto?
ma adesso sto divagando…
Volevo solo dedicare un pò del mio tempo a ricordare quelle donne, che mi sembra mi assomiglino tutte, che adesso non ci sono più… e chissà cosa pensavano mentre la morte le andava incontro, chissà….
me le ricordo, non solo il #25 novembre… come raccontano queste mie foto
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una poesia di ALDA MERINI… per me

blackwhiteCi sono le Donne.
E poi ci sono le Donne Donne.
E quelle non devi provare a capirle, sarebbe una battaglia persa in partenza.
Le devi prendere e basta.
Devi prenderle e baciarle, e non dare loro il tempo di pensare.
Devi spazzare via, con un abbraccio che toglie il fiato, quelle paure che ti sapranno confidare una volta sola,
una soltanto, a bassa, bassissima voce.
Perché si vergognano delle proprie debolezze e, dopo avertele raccontate, si tormenteranno – in un’agonia
lenta e silenziosa – al pensiero che, scoprendo il fianco, e mostrandosi umane e fragili e bisognose per un
piccolo fottutissimo attimo, vedranno le tue spalle voltarsi ed tuoi passi allontanarsi.
Perciò prendile e amale.

La rabbia delle donne, l’umiliazione degli uomini. Elena Tebano

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questa ricerca mi riguarda, tra tutte quelle donne c’ero anch’io…

articolo da Laventisettesimaora
Quel milione di persone scese in piazza senza essere state chiamate da partiti politici o sindacati sorprese un po’ tutti. Era il 13 febbraio del 2011 e Se non ora quando aveva chiamato a raccolta italiani e italiani per protestare contro il sessismo del premier dell’epoca, Silvio Berlusconi. Da allora sono passati oltre due anni, Berlusconi non è più premier (ma è ancora nella maggioranza che governa) e sulla scena pubblica resiste un nuovo attivismo delle donne, che ha portato alle battaglie per una maggiore rappresentanza in politica e nel mondo economico e contro la violenza di genere. Intanto su quelle settimane di mobilitazione è tornato un gruppo di studiose e studiosi coordinati da Maria Paola Paladino, professoressa di psicologia sociale all’Università di Trento, che – con i tempi lunghi della ricerca – ha cercato di capire cosa abbia spinto donne e uomini a fare qualcosa in prima persona contro le discriminazioni di genere. I ricercatori hanno scoperto che donne e uomini sono scesi in piazza per motivi diversi: le prime spinte dalla rabbia, i secondi per un senso di umiliazione (i risultati dello studio sono stati pubblicati sul “British Journal of Social Psychology”, in un articolo intitolato Why did I talians protest against Berlusconi’s sexist behaviour? The role of sexist beliefs and emotional reactions in explaining women and men’s pathways to protest).

Spiegano gli studiosi: «I dati suggeriscono che i motivi alla base dell’impegno di uomini e donne nella protesta sono stati diversi, ancora più di quanto ci si aspettasse. Gli uomini hanno firmato petizioni, sono scesi in strada e hanno fatto altre azioni di protesta in quanto si sono sentiti umiliati dal comportamento di un uomo che, avendo un ruolo istituzionale, stava violando i loro convincimenti contrari al sessismo ostile e la loro visione idealizzata della donna. Sotto questo aspetto, partecipare alla protesta per gli uomini è stato sia un’espressione del fatto che credevano nell’uguaglianza di genere, che di cavalleria. Invece le donne hanno partecipato alla protesta in quanto erano arrabbiate con una figura pubblica e istituzionale che, denigrando le donne, aveva pubblicamente violato i loro convincimenti contrari al sessismo».

Tipicamente legata ai movimenti sociali e alle loro rivendicazioni, la rabbia è un’emozione considerata molto poco “femminile”: di solito quando una donna si arrabbia si sente subito dare dell’isterica. «Il modo in cui sono percepite le emozioni dipende dalla posizione di chi le prova: ha a che fare con lo status – dice la professoressa Maria Paola Paladino – Di fronte a un evento negativo o minaccioso, si reagisce con rabbia se si ha qualche forma di potere. Chi invece è indifeso prova paura». Per questo la rabbia è più spesso vissuta come uno stato d’animo maschile: «Negli studi psicosociali – aggiunge Paladino – le differenze di status danno risultati simili a quelli delle differenze di genere: questo perché la diseguaglianza di potere è un aspetto centrale» nei rapporti tra i sessi.

Se ad arrabbiarsi è un uomo o una donna, cambia anche il modo in cui quell’emozione viene giudicata: «Ci sono degli esperimenti ormai classici che lo mostrano molto bene: se un uomo e una donna raccontano un evento che li ha fatti ‘arrabbiare’ sul lavoro, le reazioni tendono a essere diverse. La donna viene vista come persona irascibile, la sua rabbia come assenza di controllo, un’emozione negativa e soprattutto un tratto condannabile della persone che la prova – spiega Paladino -. Nell’uomo invece, che pure racconta lo stesso fatto, la rabbia viene vista come indignazione, un sentimento giustificato dalla situazione. E viene interpretata come la risposta attiva a una situazione negativa, quindi legittima». Sembrerà banale, ma forse sarebbe meglio imparare ad apprezzare un po’ di più la rabbia delle donne.

Un altro elemento interessante uscito dalla ricerca riguarda la diffusione del sessismo, inteso come quell’orientamento ideologico che porta a discriminare un genere rispetto all’altro, di solito considerando quello maschile superiore: neppure chi è sceso in piazza a protestare ne era immune.

«Dipende dal fatto che ci sono due forme diverse di sessismo: quello ostile, che denigra apertamente le donne rispetto agli uomini, e quello benevolo, legato al concetto di cavalleria, in cui le donne sono viste come complementari agli uomini, ma comunque con un ruolo limitato e subordinato – spiega Paladino -. L’idea è che la donna sia una creatura dalle qualità uniche, che l’uomo, comunque superiore, deve proteggere”. Gli studiosi hanno registrato bassi livelli di sessismo ostile tra coloro – uomini e donne – che sono scesi in piazza a protestare. Ma hanno riscontrato che negli uomini più motivati ad agire contro le dichiarazioni sulle donne dell’ex premier era diffusa la forma di sessismo benevolo nota come “complementarità di genere“: la convinzione che uomini e donne abbiano differenti tratti caratteriali e abilità, e che grazie ad esse le donne siano destinate a fare da complemento agli uomini. Per loro, probabilmente, Berlusconi non era stato abbastanza “cavaliere”.

A molte persone questa forma di discriminazione ideologica sembra innocua, o addirittura legittima. Eppure ha conseguenze simili a quella dell’ostilità esplicita nei confronti delle donne: “Basta pensare a una dottoressa che fa il medico di pronto soccorso in una zona malfamata. In caso di sessismo ostile, la reazione sarebbe: ‘Non ci pensare neanche, quello non è un lavoro da donna. Tu devi stare a casa a occuparti di me’. In caso di sessismo benevolo, invece, la risposta sarebbe diversa: «È una bellissima occasione, però quel quartiere di notte è pericoloso, io mi preoccupo per te: è meglio che tu rinunci. Il risultato è lo stesso in entrambi i casi: la donna non va a lavorare». Un’altra forma tipica del sessismo benevolo è il mantra che recita: le donne non fanno questo lavoro perché tanto sono bravissime in altro. “Intanto però cosa devono fare le donne lo decidono gli altri”, chiosa Paladino.

Di certo la sua ricerca coordinata dimostra che i pregiudizi sono duri a morire, anche dove meno ce lo aspetteremmo. E che non possiamo permetterci mai di abbassare l’attenzione sulle discriminazioni di genere. Anche questo, purtroppo, è un fenomeno ben noto. “Succede anche con le cosiddette ‘donne simbolo’, la presenza di alcune donne in alcune posizioni tipicamente maschili, che seppur lontana dall’uguaglianza tra uomini e donne, fa pensare che il problema della discriminazione di genere non sia rilevante“, spiega Paladino. Vari studi infatti dimostrano che un’azienda viene sospettata di discriminare le donne quando queste sono del tutto assenti dalle posizioni di vertice. Ma se invece le donne sono solo il 10% dei capi, le persone reagiscono come se ai vertici ci fossero lo stesso numero di donne e uomini e in quel contesto la discriminazione di genere non fosse un problema.

Nel caso delle proteste di piazza come nella battaglie per la parità sul lavoro e in azienda purtroppo non si può dare niente per scontato, neppure le conquiste che sembrano dovute da tempo.

il primomaggio di “quelle come me”

altalenando nella mia vita

Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive.
Quelle come me donano l’Anima,
perché un’anima da sola è come una goccia d’acqua nel deserto.
Quelle come me tendono la mano ed aiutano a rialzarsi,
pur correndo il rischio di cadere a loro volta.
Quelle come me guardano avanti,
anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro.
Quelle come me cercano un senso all’esistere e, quando lo trovano,
tentano d’insegnarlo a chi sta solo sopravvivendo.
Quelle come me quando amano, amano per sempre.
e quando smettono d’amare è solo perché
piccoli frammenti di essere giacciono inermi nelle mani della vita.
Quelle come me inseguono un sogno
quello di essere amate per ciò che sono
e non per ciò che si vorrebbe fossero.
Quelle come me girano il mondo alla ricerca di quei valori che, ormai,
sono caduti nel dimenticatoio dell’anima.
Quelle come me vorrebbero cambiare,
ma il farlo comporterebbe nascere di nuovo.
Quelle come me urlano in silenzio,
perché la loro voce non si confonda con le lacrime.
Quelle come me sono quelle cui tu riesci sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare, senza chiederti nulla.
Quelle come me amano troppo, pur sapendo che, in cambio,
non riceveranno altro che briciole.
Quelle come me si cibano di quel poco e su di esso,
purtroppo, fondano la loro esistenza.
Quelle come me passano inosservate,
ma sono le uniche che ti ameranno davvero.
Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita,
rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti
e che tu non hai voluto…
ALDA MERINI

questo PrimoMaggio lo dedico a quelle come me, quelle donne che sono proprio come me; donne un pò complicate, sempre a tirare il saldo di ogni scelta, di ogni pagina di vita, aspettando qualcosa che deve ancora arrivare, convinte che il meglio deve ancora venire, conservando tutte le foto anche quelle venute male, perché in ogni istante rimane un pezzo di vita, quelle donne che sanno subito cosa vogliono, ma fanno il giro largo prima di dire lo prendo, ma mentre fanno il giro largo sanno che il resto della merce non interesserà neanche un po’.                                                                                      quelle che pensano di far parte di una generazione diversa e poi scoprono che la nonna era più avanti……  quelle che non basterebbe una vita per realizzare tutti i sogni, ma poi l’unica vita a disposizione sfugge dalle loro mani; quelle che ogni libro, ogni film, ogni canzone sta parlando di loro, quelle come me, …perché so di non essere l’unica ad essere così.

non ho parlato di lavoro, è vero, ma vivere la quotidianità è un lavoro faticoso, e non si è neanche pagate!