PostoOccupato

PostoOccupato

PostoOccupato è un’iniziativa importante e significativa, appena ne sono venuta a conoscenza, l’ho condivisa, prima ancora di cercare di capire chi l’aveva ideata. Iniziative come queste sono da condividere subito e convintamente. Ci sono molte azioni volte a sensibilizzare l’opinione pubblica su questa guerra, su questa strage di donne quotidiana, insopportabile.
L’idea che ci sia un posto dedicato ad una donna che non c’è più, perchè uccisa da un marito, compagno fidanzato amante ex, non-ex, è qualcosa che ci spinge, ci costringe a riflettere su cosa significhi la morte di una donna. Non le viene tolta la vita, le viene tolta la sua identità, le sue passioni, il suo futuro, il suo stare a questo mondo, i suoi sogni. L’idea che ci sia un posto occupato di una donna è, per me significativo, perché il posto di una donna non è solo quello in famiglia, col marito, con il compagno, il suo ruolo non è solo quello di moglie, compagna, amante. Ogni donna è molte, tante, diverse donne dentro di sé. Assassinando lei, si cancella tutto, si cancellano di colpo tutte le sue identità, i suoi volti.
Ecco perchè quest’iniziativa mi piace molto, perché vorrei vedere un PostoOccupato ovunque, ovunque quella donna avrebbe potuto esserci, ovunque quella donna abbia desiderato esserci, ovunque quella donna non potrà più esserci!

Per quello che posso cercherò di sostenere quest’iniziativa, sono sicura che ci sarà un PostoOccupato a breve anche qui nei miei dintorni.

riporto qui un articolo che ho appena condiviso su facebook, che spiega molto bene il senso di questa iniziativa.

” La memoria tangibile di un Posto Occupato
“Ogni volta che andavo via prendevo un pegno da casa tua per farti capire che sarei tornata. La mia sicurezza vacillava nella tua, stavo cambiando, ma non lo capivo. La mia curiosità diventava bisogno, la tua gelosia. La rabbia. Era finita, tu lo sapevi. Ti chiedevo il permesso di lasciarti, poi capivo e inorridivo. Non è giusto, dicevo. I miei discorsi infantili, sentivo che la mia volontà era solo la tua.
Uno schiaffo, il primo. Tu non sei mio padre, avevo urlato. Mi soffocavi contro il cuscino perché da morta non mi sarei mossa. Il mio pianto, le tue braccia che mi stringevano, calmati, sussurravi. Quando la sera mi aspettavi sotto casa fingevo di non vederti. Dove sei stata?, mi colpivi per farmi cadere, a terra sputavo saliva e sangue, io non ti lascio, ripetevi. Cercavo ossigeno per non soffocare. Non piangere, ordinavi, mi tappavi la bocca perché non mi sentissero. La prima volta le gambe si macchiano di lividi, la seconda no. Anche la città diventa esterna quando le mani servono solo a nascondere il viso. Perdonami, dicevi, non accadrà mai più. Ero sola, e i miei vent’ anni tremavano nelle tue tasche. Piangevo di nascosto sulla lapide di mio padre, pregando Dio che lui non vedesse. La vergogna. Non avrai mai il calore di una famiglia, dicevi. Durò anni. Le tue parole germogliarono come tentacoli nella mia testa.
C’è una linea sottile che separa la realtà dalla finzione, quella linea mi ha sempre impedito di andare oltre. È la porta scorrevole delle case in cui siamo ospiti, che guardiamo senza sapere se è nostro diritto entrare. Attraversare i corridoi, osservare i libri, i quadri, e i vestiti appesi negli armadi. Ancora tremo quando qualcuno mi chiede di te, e quando una mano mi accarezza pavento il giorno in cui mi colpirà, ma ho smesso di chiedere sempre permesso. Voglio annusare un letto disfatto al mattino per sentire l’odore di ciò che rimane dopo che tutti sono andati via. Annusare, toccare, guardare. Della mia vita di prima rimane solo un ricordo confuso e un cuscino bagnato di lacrime. Non prego più, non mi vergogno, non piango in cerca di assoluzione sulla lapide di mio padre. M’innamoro di tutto perché non ho mai conosciuto nulla. La mia croce me la porto dentro e, quando brucia, stringo i pugni e respiro forte. Quel dolore è la mia fortezza, un marchio a fuoco che mi ricorda, ogni giorno, che sono ancora viva.”
Questo frammento è stato estrapolato da un racconto intitolato Di anni, di Margi de Filpo, pubblicato sul blog letterario UnoNove. Mi sono servita di questo breve estratto per raccontarvi un’iniziativa culturale molto interessante che sta attraversando il Paese, passando per kermesse teatrali, festival letterari, atenei universitari e commissioni Pari Opportunità. Si chiama Posto Occupato, ed è stata ideata da Maria Andaloro, editrice de La Grande Testata, in memoria di tutte le vittime di femminicidio. “L’idea è nata da una riflessione scaturita da questa insopportabile strage quotidiana di donne. – afferma Maria Andaloro – Ho voluto trovare un modo per non dimenticare.
Peggio per non abituarci.
Ho immaginato di trovarmi in un luogo in genere affollato, un cinema, un teatro, un treno e di vedere un posto occupato da un oggetto, una borsa, un libro, uno zaino. Il tempo passa, lo spettacolo finisce o arrivate a destinazione, e quel posto sarà rimasto vuoto, quell’oggetto, lì. Li sarebbe rimasto il ricordo di quell’assenza. E così il minimo sarà chiedersi il perché di tanta atrocità mentre la nostra vita andrà avanti. E questo è lo scopo che si prefigge Posto Occupato, un’ iniziativa nata da una riflessione, come dice la breve spiegazione su FB, il social sul quale abbiamo lanciato l’iniziativa il 29 giugno scorso.”. L’iniziativa ha già incassato le adesioni e la solidarietà di molte personalità, come la regista Roberta Torre, lo scrittore Lorenzo Amurri, il magistrato Gherardo Colombo e anche della Federazione nazionale della stampa italiana. Il prossimo obiettivo di Posto Occupato sarà continuare la campagna di sensibilizzazione nelle scuole. “A ottobre abbiamo in progetto di iniziare una campagna nelle scuole superiori – sostiene Maria – perché Fabiana, che aveva appena a 16 anni, il prossimo anno a scuola non potrà andare, e l’assenza anche in una classe dovrà essere tangibile. Che sia da monito. Da giovani è necessario che sia chiaro a tutti che uno schiaffo a 16 anni non è un gesto d’amore, non lo è né a 16 anni né a 30 né a 50. Nessuno deve permettersi di pensare di poter avere il diritto di dare uno schiaffo e nessuna donna deve sentirsi in qualche modo in dovere di subirlo. La violenza contro le donne è trasversale, la sensibilizzazione. La condivisione, la volontà di stare tutti da una parte, e la violenza dall’altra forse potrà darci la possibilità di isolarla. Preoccuparci per le donne di certo è utile nel senso di occuparci prima. Insieme.”“Ogni volta che andavo via prendevo un pegno da casa tua per farti capire che sarei tornata. La mia sicurezza vacillava nella tua, stavo cambiando, ma non lo capivo. La mia curiosità diventava bisogno, la tua gelosia. La rabbia. Era finita, tu lo sapevi. Ti chiedevo il permesso di lasciarti, poi capivo e inorridivo. Non è giusto, dicevo. I miei discorsi infantili, sentivo che la mia volontà era solo la tua.
“Ogni volta che andavo via prendevo un pegno da casa tua per farti capire che sarei tornata. La mia sicurezza vacillava nella tua, stavo cambiando, ma non lo capivo. La mia curiosità diventava bisogno, la tua gelosia. La rabbia. Era finita, tu lo sapevi. Ti chiedevo il permesso di lasciarti, poi capivo e inorridivo. Non è giusto, dicevo. I miei discorsi infantili, sentivo che la mia volontà era solo la tua.
Uno schiaffo, il primo. Tu non sei mio padre, avevo urlato. Mi soffocavi contro il cuscino perché da morta non mi sarei mossa. Il mio pianto, le tue braccia che mi stringevano, calmati, sussurravi. Quando la sera mi aspettavi sotto casa fingevo di non vederti. Dove sei stata?, mi colpivi per farmi cadere, a terra sputavo saliva e sangue, io non ti lascio, ripetevi. Cercavo ossigeno per non soffocare. Non piangere, ordinavi, mi tappavi la bocca perché non mi sentissero. La prima volta le gambe si macchiano di lividi, la seconda no. Anche la città diventa esterna quando le mani servono solo a nascondere il viso. Perdonami, dicevi, non accadrà mai più. Ero sola, e i miei vent’ anni tremavano nelle tue tasche. Piangevo di nascosto sulla lapide di mio padre, pregando Dio che lui non vedesse. La vergogna. Non avrai mai il calore di una famiglia, dicevi. Durò anni. Le tue parole germogliarono come tentacoli nella mia testa.
C’è una linea sottile che separa la realtà dalla finzione, quella linea mi ha sempre impedito di andare oltre. È la porta scorrevole delle case in cui siamo ospiti, che guardiamo senza sapere se è nostro diritto entrare. Attraversare i corridoi, osservare i libri, i quadri, e i vestiti appesi negli armadi. Ancora tremo quando qualcuno mi chiede di te, e quando una mano mi accarezza pavento il giorno in cui mi colpirà, ma ho smesso di chiedere sempre permesso. Voglio annusare un letto disfatto al mattino per sentire l’odore di ciò che rimane dopo che tutti sono andati via. Annusare, toccare, guardare. Della mia vita di prima rimane solo un ricordo confuso e un cuscino bagnato di lacrime. Non prego più, non mi vergogno, non piango in cerca di assoluzione sulla lapide di mio padre. M’innamoro di tutto perché non ho mai conosciuto nulla. La mia croce me la porto dentro e, quando brucia, stringo i pugni e respiro forte. Quel dolore è la mia fortezza, un marchio a fuoco che mi ricorda, ogni giorno, che sono ancora viva.”
Questo frammento è stato estrapolato da un racconto intitolato Di anni, di Margi de Filpo, pubblicato sul blog letterario UnoNove. Mi sono servita di questo breve estratto per raccontarvi un’iniziativa culturale molto interessante che sta attraversando il Paese, passando per kermesse teatrali, festival letterari, atenei universitari e commissioni Pari Opportunità. Si chiama Posto Occupato, ed è stata ideata da Maria Andaloro, editrice de La Grande Testata, in memoria di tutte le vittime di femminicidio. “L’idea è nata da una riflessione scaturita da questa insopportabile strage quotidiana di donne. – afferma Maria Andaloro – Ho voluto trovare un modo per non dimenticare.
Peggio per non abituarci.
Ho immaginato di trovarmi in un luogo in genere affollato, un cinema, un teatro, un treno e di vedere un posto occupato da un oggetto, una borsa, un libro, uno zaino. Il tempo passa, lo spettacolo finisce o arrivate a destinazione, e quel posto sarà rimasto vuoto, quell’oggetto, lì. Li sarebbe rimasto il ricordo di quell’assenza. E così il minimo sarà chiedersi il perché di tanta atrocità mentre la nostra vita andrà avanti. E questo è lo scopo che si prefigge Posto Occupato, un’ iniziativa nata da una riflessione, come dice la breve spiegazione su FB, il social sul quale abbiamo lanciato l’iniziativa il 29 giugno scorso.”
L’iniziativa ha già raccolto le adesioni e la solidarietà di molte personalità, come la regista Roberta Torre, lo scrittore Lorenzo Amurri, il magistrato Gherardo Colombo e anche della Federazione nazionale della stampa italiana. Il prossimo obiettivo di Posto Occupato sarà continuare la campagna di sensibilizzazione nelle scuole. “A ottobre abbiamo in progetto di iniziare una campagna nelle scuole superiori – sostiene Maria – perché Fabiana, che aveva appena a 16 anni, il prossimo anno a scuola non potrà andare, e l’assenza anche in una classe dovrà essere tangibile. Che sia da monito. Da giovani è necessario che sia chiaro a tutti che uno schiaffo a 16 anni non è un gesto d’amore, non lo è né a 16 anni né a 30 né a 50. Nessuno deve permettersi di pensare di poter avere il diritto di dare uno schiaffo, e nessuna donna deve sentirsi in qualche modo in dovere di subirlo. La violenza contro le donne è trasversale. La sensibilizzazione, la condivisione, la volontà di stare tutti da una parte e la violenza dall’altra forse potrà darci la possibilità di isolarla. Preoccuparci per le donne di certo è utile nel senso di occuparcene prima. Insieme.”

Annunci

#femminicidio, articolo di massimo gramellini

Nessuno possiede nessuno

MASSIMO GRAMELLINI
 Caro bambino di Palermo, non mi faccio illusioni: le immagini che il tuo subconscio ha registrato nelle quattro ore in cui sei rimasto in casa da solo con il corpo assassinato di tua madre resteranno impresse nelle tue viscere come un tatuaggio immateriale. Saranno la carrozzella emotiva su cui siederai per tutta la vita. Ma nonostante questo, puoi farcela. Spero che, quando ti riveleranno la verità, avrai già abbastanza esperienza di mondo per accettarla, ma anche sufficiente ingenuità per non permetterle di peggiorarti. Il regista che ha in mano tutti i nostri copioni ti ha affidato un ruolo delicatissimo: tu, orfano precoce della vittima di uno stalker, puoi diventare la tomba del maschio o la sua riscossa. Dipenderà da come saprai accogliere un messaggio semplice e rivoluzionario: nessuno possiede nessuno.

 L’amore ti dà diritto di amare, non quello di vantare diritti sulla persona amata. Anche a te, come a tutti, capiterà di essere respinto, abbandonato, tradito. Anche tu ti troverai a camminare in qualche oscura notte dell’anima, quando la perdita dell’amore toglie il sonno, il senno e il senso di ogni prospettiva, trasformando la passione in ossessione. Lì si vedrà chi sei veramente. Potrai rifiutare la sconfitta e tormentare colei che ti respinge, e allora ti sarai rivelato un debole e, nei casi estremi, un farabutto. Oppure potrai farti forza e sublimare il tuo sentimento in rispetto, lasciandola andare in pace. Per un po’ starai peggio, ma appena riemergerai dalla sofferenza sarai diventato la persona di cui abbiamo bisogno. Un uomo vero.

#femminicidio

Siena SENONORAQUANDO
Siena SENONORAQUANDO

Eppure sento che si può fare di più, molto di più.

Insomma qualcosina succede, è vero, i giornalisti tanto per cominciare non usano più o quasi più la frase, delitto passionale; un articolo sul femminicidio viene letto, anche se poi cambiando il nome di donna, la storia è sempre quella. Si dice femminicidio l’uccisione di una donna in quanto donna, in quanto femmina per mano del suo  marito/compagno/amante/fidanzato etc.

La convenzione di Instanbul certo, anche l’Italia passetto dopo passetto  l’ha ratificata, ma il percorso non è ancora terminato, C’è ancora tanto da fare.

Poi il Parlamento,  la Presidente della Camera che pronuncia la parola femminicidio nel suo discorso di insediamento, anche quello un bel passo avanti, ma c’è ancora da fare.

Qualche partito, il mio ad esempio, non per falsa modestia, ma è vero, il mio partito questa emergenza non l’ha messa da parte, Assolutamente è nell’agenda delle cose importantissime da affrontare. Ma i numeri sono impietosi e in questo strano e torbido governo, si fa tutto quello che si può, ma non basta. C’è tanto da fare.

Le associazioni nel territorio, le iniziative locali sono sempre di più. Tante, tantissime. Ma sì combatte sempre contro i mulini a vento. Non ci sono fondi per sviluppare i progetti, per attivare servizi, per garantire tutela, per fare prevenzione, per portare avanti personale, per formare professionalità. C’è tanto, davvero tanto da fare.

E poi ci sono quelle come me, che se c’è da scendere in piazza si scende, se c’è da firmare una petizione si firma, se c’è da sostener un’iniziativa la si sostiene.

Quelle come me che ogni volta che viene uccisa  una donna, si spegne un sorriso; ogni volta che viene uccisa una donna, si intravedono,  dietro quelle poche righe di un articolo di cronaca,  tutto il dolore, l’ingiustizia, l’assurdità di un’altra storia finita male. quelle come me che  non hanno intenzione di stare a guardare, perché no, non si può assistere ad un flagello, ad uno sterminio senza neanche provare a fare qualcosa. Fare qualcosa assieme.

Quelle come me non risolvono i problemi del mondo, anzi a stento risolvono i propri di problemi; non sono paladine, non sono amazzoni, sono solo donne, a volte madri, che hanno quel dannato istinto di salvare la specie, la loro specie. Una questione primordiale forse.

Se c’è qualcosa che si può fare, la si deve fare, assolutamente. Non possiamo crescere dei figli, maschi e femmine ed essere indifferenti a certe cose. C’è qualcosa che è sfuggito alle nostre madri se per molti, troppi uomini l’idea di amore, coppia, libertà,  si è deformata in possesso, appartenenza, punizione estrema, C’è qualcosa che il mutamento della società ha prodotto e continua a produrre , di sbagliato,  di degenerato,  se una donna alla fine è solo un corpo. Un corpo da ammirare, da  volere, da possedere, da pensare di amare e alla fine quando il corpo prende vita e cerca di allontanarsi, alla fine quel corpo si può punire, togliendo per sempre quella vita che aveva dentro.

femminicidio …anche per teen ager!

mi è bastato il titolo, mi sono bastati quei due numeretti 15 lei, 16 lui, sono dei numeri piccoli, così piccoli che ci stanno in in 4 mani; sono così pochi quegli anni, a quell’età non hai neanche fatto in tempo a pensare cosa-farò-da-grande, è così breve quella vita che non sei neanche donna o uomo,  sono così pochi quegli anni che neanche sommati fanno una persona adulta, adulta davvero.

ma allora come sopravviviamo a anche a questo? è già così difficile accettare l’idea che il mostro troppo spesso non è quello dei film horror , ma è il marito, compagno, fidanzato, amante, ma almeno una volta identificato si riesce anche a dare un nome: femminicidio. Ma questa volta, quale nome daremo? teenagericidio? 

come fa uno che fino a due anni fa io avrei chiamato bambino, magari ragazzino ad accumulare in così poco tempo tempo una rabbia, una ferocia e una cattiveria tale da considerare che la propria fidanzatina (mi fa orrore anche la parola in questa storia) possa essere ammazzata e bruciata e abbandonata.

Io a 18 anni la cosa più violenta che ho fatto davanti al tradimento del mio fidanzatino diciannovenne è stato quello di strappare in mille pezzi le nostre foto e di buttargliele addosso.  E’ mi sono pure sentita cattiva. 

Sento che davvero questo caso ha sfondato il muro della follia, sono rimasta ferma davanti al titolo dell’articolo qualche secondo, come se il mio cervello non volesse collegare l’ennesimo caso di femminicidio a quei due numeretti: 16 e 15.

Non è che io consideri i ragazzi degli angeli, non è che io li consideri immuni da cattiveria, avidità, egoismo, violenza etc. Quello che mi fa riflettere è l’abbassamento pericolosissimo della soglia minima di età per la quale cominciare a ritenere possibile e fattibile un femminicidio. 

E’ mai esistito davvero l’amor cortese, la galanteria, la donna che non si tocca neanche con un fiore? E’ mai esistito davvero il romanticismo? Ed è mai esistito davvero il femminismo? “peace and love”, il corpo è mio e faccio quello che voglio?

E dove è finito tutto se poi una donna, in quanto donna, in quanto femmina si sarà guadagnato questo macabro finale della sua vita, quello cioè di morire ammazzata, strangolata, dissanguata, bruciata, seppellita… in quanto donna!

UN FALSO AMORE PORTA ALLA VIOLENZA. Dacia Maraini, Corriere della Sera

I l femminicidio è, nel suo simbolismo profondo, un atto culturale e quindi di responsabilità collettiva. Viviamo in un sistema di formazione che esalta la violenza sui deboli, che coltiva l’odio di genere e abolisce il rispetto dell’altro. La cultura di mercato sta sostituendo la cultura dei diritti e dei doveri e nel grande mercato internazionale una delle merci più richieste è il corpo femminile. La cosa peggiore è che le donne stesse hanno talmente bene introiettato il concetto di merce da comportarsi spesso e con molta naturalezza come tale. Non che sentirsi merce porti felicità, ma può dare una inebriante sensazione di essere al centro del desiderio e dell’avidità mercantile, di smuovere un turbine di denaro. Senza rendersi conto che ogni mercificazione comporta servitù e dipendenza, umiliazione e degrado.
Se partiamo da questa constatazione ci rendiamo conto che il femminicidio non si può risolvere solo con le manette e leggi piu severe, anche se manette e leggi piu severe servono. Per cambiare veramente ci vuole una educazione dal basso, che imponga un nuovo concetto di integrità della persona, che esiga rispetto verso la libertà dell’altro. Nonostante le tante dichiarazione di emancipazione infatti la distinzione dei ruoli è ancora molto forte. L’Italia poi, come dice l’Onu, è uno degli ultimi Paesi europei in fatto di partecipazione maschile ai lavori domestici e di accudimento. Provate ad andare in un negozio di giocattoli. Ancora oggi la divisione è netta: bambole, cucinette, piccola sartoria per le bambine; fucilini, trenini, camion, e guerra in miniatura per i bambini. 
Da tempi lontanissimi si è radicata l’idea che il diritto più naturale e intoccabile del maschio umano sia la proprietà della famiglia. Proprietà che dà diritto al controllo maritale, all’impronta del proprio sangue, del proprio nome, di una propria idea di educazione. Toccare tale principio crea spesso risentimenti viscerali e selvaggi. Da quando, in un famoso processo divino, descritto così bene da Eschilo, Apollo ha stabilito che il vero motore della vita è il padre e la madre è solo il vaso che contiene il seme maschile, gli uomini si sono appropriati storicamente di un potere intimo e immutabile che costituisce, ancora per troppi, la base dell’identità virile. 
Tutti i casi di violenza di questi ultimi anni mostrano una stessa struttura: una coppia che si sceglie e si ama. A un certo punto la donna decide di andare via o di rompere il rapporto. E l’uomo, che ha puntato tutto su quella proprietà, entra in crisi, diventa intollerante e violento, fino ad arrivare all’omicidio. Seguito spesso dal suicidio, segno che si tratta di una vera e propria tragedia per chi non sa accettare i cambiamenti, la perdita dei privilegi, la soppressione del concetto di proprietà. Se vogliamo che questa violenza cessi, dobbiamo lavorare su quel sentimento di proprietà: «Io ti amo e quindi sei mia», dato troppo spesso come naturale e assecondato da troppe retoriche sentimentali.

ferite a morte firmate anche voi l’appello

contro la violenza sulle donne

Il Sindacato di Polizia ha aderito al nostro appello

“Come poliziotti condividiamo in pieno l’appello al Governo e al Parlamento di ‘Ferite a morte’”. Così Nicola Tanzi, a nome del Sindacato Autonomo di Polizia di cui è segretario generale.
Il SAP ha aderito al nostro appello e ci racconta perché. “Da sempre siamo impegnati per contrastare qualsiasi tipo di violenza ed in particolare quelle di genere e lo stalking, che sono in costante e preoccupante aumento. La Polizia è il primo Corpo dello Stato ad annoverare personale femminile, addirittura già dal 1959 con il Corpo di Polizia femminile. Oggi le poliziotte operano nelle Questure e nelle Specialità come ‘front office’ nei confronti delle tante donne che con coraggio denunciano reati e soprusi di ogni tipo, dimostrando straordinaria professionalità e sensibilità. Combattiamo insieme questa battaglia contro il femminicidio per un’Italia più giusta!”.

Il manifesto

Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti non è affatto casuale.
Ormai si parla di femminicidio, ovvero un omicidio di massa del genere femminile: “violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna, in quanto donna” (Russel, 1976). E’ un fenomeno spaventoso che riguarda milioni di donne in tutto il mondo, un fenomeno spesso taciuto, o peggio scambiato per generico fatto di cronaca, ma stiamo parlando solo della punta dell’iceberg di una più̀ diffusa cultura di violenza contro le donne. Queste morti “annunciate”, invece, vengono spesso etichettate come i soliti delitti passionali, fattacci di cronaca nera, liti di famiglia.

Le donne muoiono principalmente per mano dei loro mariti, ex-mariti, padri, fratelli, fidanzati o amanti, innamorati respinti. Insomma per mano di uomini conosciuti, membri della famiglia, “amici”, compagni “ fidati”, proprio quelli che dovrebbero far parte della cerchia della loro intimità e sicurezza.

Il dato in Italia è impietoso: muore di violenza maschile (femminicidio) una donna ogni due /tre giorni(!).
E purtroppo nel nostro Paese, mentre parliamo della possibilità di quote rosa in politica, lo Stato ancora non difende come dovrebbe le donne sotto ricatto, molestate, sottoposte a continue minacce, violenze e fisiche e psicologiche dentro e fuori la famiglia, situazioni che, come sa chi lavora in questo campo, sono spesso l’anticamera dei delitti.
I centri-antiviolenza, le reti antiviolenza locali dei servizi si prodigano con passione, ma sono pochi e hanno finanziamenti a goccia dagli enti locali e dallo stato, un rubinetto più chiuso che aperto che non permette mai una seria programmazione sul territorio. Le leggi ci sarebbero ma non sono applicate.

Siamo tutte/i immersi in una cultura che non considera così importante la prevaricazione di un uomo su una donna in quanto basata sustereotipi di genere che condizionano le relazioni nella nostra società. Non esiste nelle scuole un’educazione ai sentimenti, agli affetti, alle relazioni, che aiuti gli adolescenti al rispetto di genere.
Manca ancora un monitoraggio nazionale che metta insieme i dati delle varie associazioni con gli sforzi dei volontari fai-da-te e con quelli delle istituzioni che a diverso titolo hanno a che fare con la violenza contro le donne: quando non si conosce un fenomeno o addirittura lo si disconosce è impossibile affrontarlo.

L’unica luce intermittente ci arriva dalle indagini dell’Istat sulla “Violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori dalla famiglia”, indagini che purtroppo sono episodiche e forniscono solo una stima – seppure scientifica e attendibile – basata su un campione rappresentativo della popolazione.

Bisogna unire gli sforzi, creare una rete così fitta che permetta alle donne di prevenire e combattere questa violenza.
La convenzione NO More! per esempio, frutto del lavoro di diverse associazioni unite per affrontare l’emergenza, indica il percorso che è necessario intraprendere per “richiamare le istituzioni alla loro responsabilità̀ e agli atti dovuti, per ricordare che tra le priorità dell’agenda politica, la protezione della vita e della libertà delle donne non può essere dimenticata e disattesa”.

Il nostro piccolo lavoro teatrale vuol essere uno stimolo, un pugno nello stomaco, un’occasione di riflessione, un tentativo di coinvolgere con una tournée nazionale l’opinione pubblica, i media e le istituzioni, creando nei vari luoghi occasioni di dibattito e discussione.

La drammaturgia è sempre servita ad attirare l’attenzione e a catalizzare le forze, ci piacerebbe tentare e lanciare il cuore oltre l’ostacolo.
In questo cammino noi speriamo, anzi siamo sicure che gli uomini saranno con noi, perché solo insieme potremmo sanare questa ferita.

I tre eventi teatrali sono realizzati in tre luoghi emblematici dell’Italia, a significare il carattere nazionale e trasversale del fenomeno della violenza, ed hanno l’obiettivo di sostenere:

  • la Convenzione No More!
  • la rete dei centri Dire
  • i centri antiviolenza e le associazioni presenti nei territori

Serena Dandini
(in collaborazione con Maura Misiti)

Status quo

L’Italia è sempre meno un paese per donne. Siamo precipitati all’ottantesimo posto nella classifica mondiale stilata dall’ultimo rapporto 2012 Global Gender Gap del World Economic Forum (24 ottobre 2012). L’Italia è tornata ai livelli di cinque anni fa nelle statistiche mondiali sulle pari opportunità tra donne e uomini. In questo già grave contesto, il fenomeno della violenza contro le donne italiane e straniere è un elemento di ulteriore inquietudine. Qualche dato dalle indagini Istat ci consente di quantificarne le dimensioni, e solo di immaginare la sofferenza che ne deriva:

l’Indagine sulle molestie sessuali del 2008-09 rivela che circa la metà delle donne in età 14-65 anni (10 milioni 485 mila, 51,8 %) hanno subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato. Quella del 2006 sulla violenza dentro e fuori la famiglia, stima che 6 milioni 743 mila donne dai 16 ai 70 anni sono state vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Cinque milioni di donne hanno subito violenze sessuali (23,7%), 3 milioni 961 mila violenze fisiche (18,8%). Circa 1 milione di donne ha subito stupri o tentati stupri (4,8%). Il 14,3% delle donne con un rapporto di coppia attuale o precedente ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner. Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle da partner.

Il sintomo più clamoroso del fenomeno della violenza contro le donne sono i femminicidi, di cui in Italia non si hanno dati ufficiali, ma che sono da anni osservati dalla Casa delle donne di Bologna, sono numeri sicuramente sottostimati, che rivelano una escalation di violenza che conta 877 donne uccise dal 2005 ad ottobre 2012. La risposta alle donne che chiedono aiuto è presidiata e gestita con abnegazione sul territorio dai centri antiviolenza. Nel 2011 le donne in situazione di violenza intra ed extra familiare che si sono rivolte centri antiviolenza sono state 13.137 (dati dell’associazione nazionale D.i.Re, 2011). Di queste, quelle che si sono rivolte ad un centro antiviolenza per la prima volta rappresentano quasi il 70%, questo dato conferma la diffusione del fenomeno della violenza sulle donne e la necessità della presenza sul territorio di luoghi preposti a sostegno delle donne.

Il contesto europeo e internazionale sollecita da tempo gli stati membri e l’Italia in particolare ad adottare e ratificare le raccomandazioni prodotte in tema di violenza contro le donne, in particolare:

  • la Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica)
  • le raccomandazioni conclusive rivolte all’Italia dal Comitato CEDAW del 2011 e dalla Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne del 2012. In quest’ultima è stato richiesto a vari Stati, tra cui Messico e Italia (unico Paese europeo, nel 2011), di adottare misure specifiche per il contrasto al femminicidio.