Tornare a vivere al Sud. Dalla crisi nuove possibilità. Lorenzo Misuraca

 

Atterro a Brindisi che è da poco passata l’alba. “Aeroporto del Salento”, dice l’insegna. Sono qui per un viaggio di cinque giorni, un giro tra amici che vivevano a Roma e sono tornati nei loro luoghi di origine, al punto di partenza. Sono tanti, decine di migliaia, i giovani ritornati a casa, se ancora casa si può chiamare un luogo dove non si vive più da dieci, quindici anni, perchè sfiancati dalla crisi economica.

M’importa sapere com’è chiudere un capitolo della propria vita aperto con l’università e l’ambizione della metropoli.

Cosa si reca e cosa si prende dalla piccola città, o dal paesino a cui si torna.

Camilla, 28 anni, mi porta a fare un giro nella sua Brindisi. Si è trasferita da Roma da alcune settimane. “Sono un po’ frastornata, anche perché il passaggio è stato graduale, sono scesa sempre più spesso fino a lasciare la casa in città e tornare da mia madre”. Mi mostra delle bellissime piazze, desolate, senza un bar o un’edicola. Mi porta a vedere la casa sul porto dove è morto Virgilio, e dove avrebbe scritto alcuni passi dell’Eneide. Brindisi potrebbe essere tappa fissa per molti percorsi turistici, “ma qui nessuno fa niente, manco i giovani”. Camilla a fine giugno parte per uno stage di due mesi negli Stati Uniti, questa cosa le rende ancora più instabile il ritorno a casa, provvisorio, ma almeno le concede la sensazione di mettersi alla prova con qualcosa di grande.

Con un pullman carico di studenti che tornano a casa per pranzo attraverso filari di ulivi, pianura infinita e monotona, e arrivo a San Vito dei Normanni. Mi aspettano Martina e Roberto, che hanno messo in piedi una delle esperienze più innovative della Puglia e del resto del paese. Si chiama Ex Fadda, ed è uno spazio polifunzionale dentro una fabbrica dell’Ottocento, abbandonata per molti decenni nel secolo scorso. Roberto, che è stato prima di questa avventura una delle menti dietro Bollenti spiriti, il programma regionale di finanziamento delle start up imprenditoriali giovanili, ha immaginato uno spazio dove lavori intellettuali e creativi (fotografia, design, musica) si sposassero con esigenze della comunità locale: un laboratorio di cucito, la falegnameria in cui lavorano persone con disabilità, addirittura una palestra di scherma. In arrivo anche una trattoria con personale composto da soggetti svantaggiati.

Uno spazio con una forte dimensione politica, nel mettere insieme esigenze comunitarie, aspirazioni artistiche e impresa, e nel rendere centro un territorio abituato ad autoconcepirsi come periferia.

Martina, 26 anni, ha lasciato Roma da meno di un anno per lavorare all’Ex Fadda. Al momento serve al bar dello spazio e nel frattempo ne segue la direzione artistica. “Mi avevano offerto un lavoro a Roma, ma avrei guadagnato quanto qui, con la differenza che a San Vito dei Normanni la vita costa meno e posso investire il mio tempo in quello che mi piace veramente, la fotografia”.

A San Vito mi viene a prendere Simona, 33enne che ha lasciato casa a Roma lo scorso settembre. Per anni ha lavorato nel settore pubblicitario in Rai, poi quando le cose si sono messe male ha provato il famoso “estero”,  che ricorre così spesso nelle chiacchierate all’ora dell’aperitivo tra precari depressi economicamente e non solo.

Si è trasferita per sei mesi in Olanda, a casa di un’amica, e ha trovato lavoro in una compagnia di booking online. L’esperienza è finita senza rimpianti, giusto il tempo di capire che non sempre basta imparare a dire “casa” in un’altra lingua per sentirla veramente tale.

É tornata a Racale, il suo paese di origine, in provincia di Lecce, 11mila abitanti. “Chiaramente, alla base dei nostri ritorni c’è sempre un fallimento, il dover lasciare la città per l’impossibilità di arrivare a fine mese, ma detto questo, non tornerei a vivere a Roma adesso”. Simona mette insieme due, a volte tre lavori per costruirsi il suo reddito mensile, ma a differenza della sua vita precedente può permettersi una casa grande in affitto, al posto del minuscolo monolocale da studentessa in cui doveva vivere a Roma. Partecipa a un movimento politico culturale, Io amo Racale, che ha contribuito alla vittoria alle elezioni a sindaco di Donato Metallo, 33enne in grado di accendere le speranze di un paese dal bilancio disastrato. Nel suo paese, Simona ha portato l’esperienza politica e comunicativa maturate nella Fabbrica di Nichi della capitale, di cui faceva parte. Bookcrossing, iniziative antimafia, arredi urbani con materiale riciclato, elementi che in una piccola comunità servono a combattere la rassegnazione. L’esperienza in quelli che erano stati una sorta di meetup di sinistra, la Fabbriche di Nichi, appunto, Simona l’ha condivisa con Martina, Camilla e con Dino, che vado a trovare il giorno dopo a Pulsano, piccolo paese a pochi chilometri sul mare, nel golfo di Taranto. Dino, 33 anni, ha appena svuotato le sue valigie di ritorno a casa. Ancora prevale in lui la difficoltà del ritorno: “Mi devo ancora abituare agli spazi in comune con i miei. Si, certo fa piacere avere tua madre che ti prepara il pranzo e ti lava i vestiti, ma devo mangiare agli orari della casa, non ho una mia privacy. Dopo tanti anni da solo è dura”.

Anche Dino sta scommettendo sulla fotografia come mestiere. Un anno fa si è licenziato dal suo lavoro di commesso in un negozio di abbigliamento per dedicarsi alla sua passione. Ma Roma è un mercato grande e saturo, difficile muoversi e guadagnare in fretta. In Puglia, al contrario, vede gli amici sperimentare iniziative, e in qualche modo la mancanza quasi totale di infrastrutture in certi settori, è uno stimolo a mettersi alla prova che in città è difficile trovare. Dino, Martina, Simona, Camilla, quando sentono parlare delle Fabbriche e di Nichi storcono la bocca. Per tutti loro è stato un grande sogno di cambiamento svanito in buona parte per gli errori di Vendola. Sono concordi nel giudicare il successo dei 5 stelle anche un frutto della miopia del leader di Sel, però non riescono a rinnegarne del tutto l’esperienza. Sanno bene che la loro regione, riguardo alle possibilità di lavoro è quasi un isola felice rispetto al resto del sud. Qui, quantomeno, il pubblico sostiene i progetti di impreditoria giovanile, non solo quelli del commercio tradizionale, anche attività di carattere creativo e lavori intellettuali. La Puglia film commission è una delle poche realtà del genere che funzionano in Italia, e  negli ultimi anni è riuscita a portare lavoro anche nel difficile settore dell’audiovisivo .

Il modello Vendola, dunque, in Puglia ha dato buoni frutti, e forse è questo che non gli perdonano i rimpatriati, l’essersi giocato male la partita per il governo. C’è stato un tempo in cui è sembrato possibile che Nichi potesse replicare i Bollenti spiriti nel resto d’Italia, aiutando quegli stessi ragazzi a realizzarsi nella città che avevano scelto. A loro rimane adesso il senso di quella contraddizione, quel difficile equilibrio tra fallimento e benefici di una scommessa vinta in passato.

A Pulsano, Dino ci mostra edifici di alto valore storico totalmente abbandonati a se stessi, piazze vuote, vicoli antiche ricoperti di scritte di pennarelli che sanno di uscita da scuola. Si passeggia immaginando festival, laboratori, idee in grado di generare lavoro e benessere collettivo. Mi chiedo se anche a Roma ci sentiremmo tanto liberi di immaginare. La provincia, soprattutto nel meridione, può essere desertificazione di senso che avanza, o al contrario una tela vuota dove immaginarsi una società nuova. Il tour in Puglia si conclude a Taranto, emblema del punto di non ritorno dell’impossibile sogno di un Sud industrializzato. La città vecchia a pochi passi dal castello aragonese, si specchia nel mar grande, dando le spalle al mar piccolo. La vista è bellissima, quasi altrettanto quella dell’Ilva, se si dimentica per un attimo i sacrifici umani che questa città aggrappata alla città, degna di Blade Runner, chiede senza sosta ai tarantini in cambio di un lavoro sempre meno certo, sempre più esiguo.

É il primo maggio e in un pratone steso tra palazzoni nati nel benessere siderurgico degli anni ’70 si svolge il contro-concertone dei lavoratori, una sfida ai sindacati e a piazza San Giovanni a Roma.

La rabbia contro il mostro fumante e la politica ignava si mescola con l’orgoglio di un’identità ritrovata. Come se gli operai passassero il testimone alle ragazze e ai ragazzi tornati per la crisi. Per fuggirla e per sconfiggerla, in una sola mossa.

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UN FALSO AMORE PORTA ALLA VIOLENZA. Dacia Maraini, Corriere della Sera

I l femminicidio è, nel suo simbolismo profondo, un atto culturale e quindi di responsabilità collettiva. Viviamo in un sistema di formazione che esalta la violenza sui deboli, che coltiva l’odio di genere e abolisce il rispetto dell’altro. La cultura di mercato sta sostituendo la cultura dei diritti e dei doveri e nel grande mercato internazionale una delle merci più richieste è il corpo femminile. La cosa peggiore è che le donne stesse hanno talmente bene introiettato il concetto di merce da comportarsi spesso e con molta naturalezza come tale. Non che sentirsi merce porti felicità, ma può dare una inebriante sensazione di essere al centro del desiderio e dell’avidità mercantile, di smuovere un turbine di denaro. Senza rendersi conto che ogni mercificazione comporta servitù e dipendenza, umiliazione e degrado.
Se partiamo da questa constatazione ci rendiamo conto che il femminicidio non si può risolvere solo con le manette e leggi piu severe, anche se manette e leggi piu severe servono. Per cambiare veramente ci vuole una educazione dal basso, che imponga un nuovo concetto di integrità della persona, che esiga rispetto verso la libertà dell’altro. Nonostante le tante dichiarazione di emancipazione infatti la distinzione dei ruoli è ancora molto forte. L’Italia poi, come dice l’Onu, è uno degli ultimi Paesi europei in fatto di partecipazione maschile ai lavori domestici e di accudimento. Provate ad andare in un negozio di giocattoli. Ancora oggi la divisione è netta: bambole, cucinette, piccola sartoria per le bambine; fucilini, trenini, camion, e guerra in miniatura per i bambini. 
Da tempi lontanissimi si è radicata l’idea che il diritto più naturale e intoccabile del maschio umano sia la proprietà della famiglia. Proprietà che dà diritto al controllo maritale, all’impronta del proprio sangue, del proprio nome, di una propria idea di educazione. Toccare tale principio crea spesso risentimenti viscerali e selvaggi. Da quando, in un famoso processo divino, descritto così bene da Eschilo, Apollo ha stabilito che il vero motore della vita è il padre e la madre è solo il vaso che contiene il seme maschile, gli uomini si sono appropriati storicamente di un potere intimo e immutabile che costituisce, ancora per troppi, la base dell’identità virile. 
Tutti i casi di violenza di questi ultimi anni mostrano una stessa struttura: una coppia che si sceglie e si ama. A un certo punto la donna decide di andare via o di rompere il rapporto. E l’uomo, che ha puntato tutto su quella proprietà, entra in crisi, diventa intollerante e violento, fino ad arrivare all’omicidio. Seguito spesso dal suicidio, segno che si tratta di una vera e propria tragedia per chi non sa accettare i cambiamenti, la perdita dei privilegi, la soppressione del concetto di proprietà. Se vogliamo che questa violenza cessi, dobbiamo lavorare su quel sentimento di proprietà: «Io ti amo e quindi sei mia», dato troppo spesso come naturale e assecondato da troppe retoriche sentimentali.